Il vittimismo strategico degli omofobi

C’è un’arte sottile nel trasformarsi da costanti aggressori politici a vittime sacrificali non appena il vento della contestazione si alza. Un’arte in cui l’associazione Provita Onlus dimostra, ancora una volta, una maestria da manuale. L'ultimo post social ne è la prova lampante: un attacco frontale al Roma Pride, colpevole di aver ospitato uno striscione colorito ("Vaffanculo Pro Vita").
La narrativa è la solita, trita e ritrita: dipingere l'intera comunità LGBTQIA+ come un'orda di "odiatori seriali", ribaltando completamente la realtà di chi, da anni, subisce discriminazioni e attacchi ai propri diritti fondamentali proprio da lobby ultracattoliche e conservatrici come la loro.

Nel post si legge una vibrante protesta contro la presunta mancanza di tolleranza da parte di chi professa l'inclusione. "Non erano loro i paladini dei diritti?", si chiedono con finta ingenuità. Un classico esempio di vittimismo strategico: si attacca sistematicamente l'esistenza e l'autodeterminazione delle persone queer (definendo le loro istanze "pericolose" e "ideologiche"), ma quando si riceve in risposta un sonoro, popolarissimo ed esasperato "vaffanculo", ci si strappa le vesti gridando all'odio.
La satira, la rabbia politica e il dissenso viscerale fanno parte delle manifestazioni di piazza. Confondere una reazione di pancia a politiche discriminatorie con "l'istigazione all'odio" è un'operazione intellettualmente disonesta.
Ciò che rende la posizione di Pro Vita non solo discutibile, ma profondamente ipocrita, è la selezione chirurgica di ciò che merita sdegno e ciò che va tollerato.
Mentre l'associazione si lancia in requisitorie morali contro i carri del Pride e il sindaco Gualtieri, il panorama giornalistico della destra italiana sforna quotidianamente titoli che farebbero arrossire un portuale. Basti pensare a quando il quotidiano Libero titolò a caratteri cubitali "Trump è un coglione" (o ai costanti epiteti machisti e aggressivi rivolti ad avversari politici o minoranze da parte della stampa d'area).
In quel caso, dove sono i post indignati di Pro Vita sulla "perdita del decoro istituzionale" o sulla "violenza verbale"? Silenzio assoluto. Se l'insulto arriva dai salotti o dai giornali amici, diventa "libertà d'espressione" o "giornalismo d'assalto". Se nasce da una minoranza che rivendica dignità, si trasforma magicamente in un reato di lesa maestà.
La verità che traspare è molto più pragmatica. Focalizzarsi sullo striscione serve a Pro Vita per evitare di parlare dei temi reali portati in piazza: l'estensione dei diritti civili, la tutela dei minori trans, il contrasto alle pseudoterapie di conversione (che l'associazione difende strenuamente nel post, minimizzandone la portata traumatica).
Colpire il "tono" della protesta per non doverne affrontare il "merito" è la più vecchia strategia retorica del mondo. Ma l'opinione pubblica è più attenta di quanto credano, e sa distinguere benissimo la differenza tra un insulto di reazione e una sistematica campagna di fango.