La democrazia non è un buffet: perché l’antifascismo non è un’opinione


Tommaso Cerno elogia l’editore che si rifiuta di dichiararsi antifascista, sostenendo che "l’accesso a una manifestazione professionale non dipende più esclusivamente dalla conformità all’ordinamento giuridico, ma anche dall’adesione a formulazioni valoriali individuate dall’organizzatore".

È una tesi capziosa, che gioca pericolosamente con il concetto di libertà.



I fatti sono semplici, ma rivelatori. In vista della fiera Più libri più liberi di Roma, l’Associazione Italiana Editori (AIE) ha richiesto agli espositori di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti. Manuel Grillo, a capo della casa editrice Settecolori, ha risposto in modo plateale: ha stampato il modulo cartaceo, ha cancellato a penna la parola "antifascisti" e ha firmato, proponendo di sostituire l'impegno con un generico riferimento ai valori della Costituzione italiana. La sua tesi è che l’accesso a una fiera non debba dipendere da una "preventiva dichiarazione di conformità ideologica".

Tuttavia, definirlo un atto di difesa della libertà è un esercizio di mistificazione. L'antifascismo non è un "valore individuale" o un’opzione che si può spuntare o cancellare a piacimento da un modulo, come se fosse un abbonamento a una rivista. L'antifascismo è la pietra angolare della nostra Costituzione, il patto di cittadinanza che ha permesso la rinascita dell'Italia. Sostenere che sia una scelta di parte significa ignorare che la nostra democrazia non è un contenitore neutro, ma un sistema nato proprio dal rifiuto di ciò che il fascismo ha rappresentato.
Quando si contesta questa clausola, non si sta difendendo la "libertà di pensiero", ma si sta tentando di neutralizzare il presupposto stesso della nostra convivenza civile. Il fatto che questo accada proprio mentre figure come Vannacci si sentono legittimate a parlare ai "camerati" e a riabilitare il collaborazionismo della Xª MAS non è un caso, né un dettaglio secondario. È il segno di un clima politico che punta a riscrivere il passato per legittimare un presente in cui i valori costituzionali sono trattati come un fastidioso orpello ideologico.

Chi oggi rivendica il diritto di non dichiararsi antifascista in nome di una presunta "neutralità" dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere cosa sta realmente rifiutando: il fondamento giuridico e morale della Repubblica. La democrazia non è un buffet da cui scegliere solo le regole che ci piacciono, e chi siede a tavola con chi inneggia al ventennio non può pretendere di essere considerato un semplice, neutro, professionista della cultura.

È un concetto di libertà a senso unico, quello che emerge. È la stessa 'libertà' che si sente offesa dall'antifascismo, ma che poi non vuole essere chiamata fascista; la stessa che si erge a paladina dell'autonomia individuale per poi inventarsi 'reati universali' contro le famiglie arcobaleno o negare ai giovani il diritto all'educazione sessuale. Si vuole la libertà di ignorare i valori costituzionali, ma si è pronti a usare il potere per limitare la libertà altrui.
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