La fabbrica del vittimismo: Giulia Bongiorno, il Pride e la satira che diventa "violenza"

Nel gioco della retorica populista contemporanea, la ridefinizione delle parole è diventata un’arma quotidiana. L'ultimo esempio lampante ci arriva da un tweet della senatrice leghista Giulia Bongiorno, che si scaglia contro il Pride lamentandosi per la presenza di cartelloni satirici raffiguranti alcuni leader politici appesi capovolti. La reazione è stata un'immediata accusa di "tanta violenza" mossa a un movimento accusato di tradire i propri valori di inclusione, rispetto e lotta alla discriminazione.

Curiosamente, la senatrice non usò gli stessi termini quando Matteo Salvini sul palco invocava la bambola gonfiabile per rappresentare l'allora presidente Laura Boldrini, o quando i gruppi giovanili del suo partito ne bruciavano l'effige in piazza. Oggi, invece, rilancia le polemiche di Tommaso Cerno, cercando di fatto di aizzare l'elettorato più reazionario.
Definire "violenza" una sagoma di cartone appesa a testa in giù durante una manifestazione di protesta è un'iperbole che rasenta il grottesco. La satira politica, per sua natura dissacrante e provocatoria, utilizza da sempre immagini forti per contestare il potere. Confondere la contestazione visiva con l'aggressione fisica significa voler deliberatamente vittimizzare chi, in realtà, detiene le leve del potere legislativo e governativo. L'accusa viene poi estesa politicamente ai leader dell'opposizione presenti all'evento, Elly Schlein e Roberto Gualtieri, con il chiaro intento di trasformare una libera manifestazione di piazza in un terreno di scontro elettorale e colpevolizzare chi non si allinea alla narrazione governativa.
Tra i commenti, alcuni utenti arrivano persino a sostenere che i partecipanti al Pride vivano "nell'odio del diverso da loro", ribaltando la realtà con un esercizio di proiezione psicologica impressionante, proprio da parte di chi si oppone sistematicamente a ogni tutela per le minoranze:

A smascherare definitivamente l'ipocrisia della denuncia istituzionale ci pensano però i sostenitori della stessa linea politica. Il campionario di intolleranza si dispiega senza filtri: si va dagli insulti omofobi più beceri espressi con "compassione", alle tesi pseudomediche che definiscono gli omosessuali "gente malata" e "minus habentes", fino a chi rispolvera l'epiteto "culattoni" o arriva ad augurarsi l'intervento dell'estremismo islamico pur di "toglierseli dalle palle".




Davanti a questo spettacolo sorge spontanea una domanda: per la galassia che orbita attorno a questa destra, l'odio, l'insulto identitario e l'augurio di sparizione fisica sono legittimi in quanto fieri marchi di fabbrica della propria intolleranza, mentre il cartone animato della satira costituisce violenza inaccettabile?