La retorica del dolore selettivo

In un recente post social, l’ex senatore leghista Simone Pillon è tornato a cavalcare la cronaca nera, non tanto per condannare la violenza in quanto tale, ma per alimentare una narrazione tossica che divide le vittime in serie A e serie B, a seconda dell'origine etnica del carnefice.

Da un lato, l'attivismo di Pillon si è storicamente concentrato sulla messa in discussione del diritto al divorzio. Una misura che, di fatto, intrappolerebbe all’interno di mura domestiche pericolose migliaia di donne italiane vittime di mariti violenti. Dall'altro, si erge improvvisamente a paladino delle donne aggredite, ma solo quando l'aggressore è straniero. È evidente che per Pillon la violenza di genere sia un problema da affrontare seriamente solo quando può essere trasformata in un'arma politica contro l'immigrazione. Le donne picchiate da uomini italiani, evidentemente, non rientrano nel suo raggio di interesse politico.
Non manca un attacco alle femministe. Pillon le rimprovera di non essere scese in piazza, accusandole implicitamente di non "obbedire" alla sua personale agenda di priorità. Questo atteggiamento rivela una concezione patriarcale del discorso pubblico: per Pillon, le femministe non devono lottare contro il sistema di potere maschile o la cultura dello stupro in quanto fenomeni sistemici, ma dovrebbero validare la sua narrazione xenofoba. Si tratta di un tentativo di delegittimare chiunque non utilizzi la sofferenza delle donne come strumento per promuovere pregiudizi etnici.
Pillon tira poi in ballo Laura Boldrini, inventandosi un assurdo parallelo tra la vittima di un singolo soggetto e un uomo ucciso dalle forze dell'ordine. Peccato che la differenza tra i due casi sia evidente.
Accusare chi difende i diritti umani di non occuparsi "abbastanza" di un singolo caso di cronaca — ignorando volutamente l'impegno quotidiano contro ogni forma di violenza — è una tecnica manipolatoria. Pillon utilizza la vittima per costruire un caso simbolico, ignorando che la violenza maschile contro le donne è un fenomeno trasversale che non ha passaporto. La sua indignazione, purtroppo, appare meno orientata alla giustizia per la donna coinvolta e molto più focalizzata sull'alimentare un odio viscerale che non risparmia nessuno.