La retorica dell'odio nell'era dei social


I populisti cercano di usare i social media per riscrivere la storia. Un post di Aureliano Boni raggiunge livelli a dir poco imbarazzanti.
Il camerata commenta un episodio avvenuto a Udine, in cui alcuni bambini sono stati esposti all'ascolto del brano fascista "Faccetta Nera".



Il fulcro del post risiede nel tentativo di normalizzare simboli legati al periodo fascista, contrapponendoli deliberatamente a "Bella Ciao". L'autore sostiene che sia preferibile far ascoltare ai bambini un inno dell'era coloniale fascista piuttosto che il canto partigiano, associando quest'ultimo in modo strumentale e fuorviante alla "dittatura del comunismo".

Il post ricorre a una retorica aggressiva per delegittimare la Resistenza italiana. Utilizzando termini sprezzanti e citando cifre riguardanti le vittime dei regimi comunisti, l'autore cerca di creare una falsa equivalenza che mira a screditare i valori democratici e antifascisti su cui è fondata la Repubblica Italiana. L'obiettivo sembra essere quello di sdoganare la retorica fascista, derubricando i simboli che hanno liberato l'Italia dal nazi-fascismo a elementi di un passato "da rigettare".

L'analisi del post mostra come la disinformazione e l'uso di un linguaggio violento non siano solo espressioni di opinione personale, ma veri e propri tentativi di erodere la memoria storica collettiva. Definire la storia della Resistenza con termini denigratori non è solo un attacco alla sensibilità democratica, ma un tentativo di riscrivere il passato per giustificare ideologie che hanno portato il Paese alla catastrofe.
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