La tentata strage razzista del 12enne avvelenato dalle destre

Quando un bambimo dodicenne arriva a trasformare la violenza in spettacolo, a filmarla e a condividerla in streaming, non siamo davanti a una follia isolata, ma a un clima culturale avvelenato che qualcuno ha contribuito a normalizzare. Nel caso del ragazzino di Trapani, la dinamica ricostruita dagli inquirenti parla di una “strage mancata”, di una diretta Telegram durante l’aggressione e di una rete di commenti che lo spingeva ad andare avanti.

È qui che il tema politico diventa inevitabile. Perché quel linguaggio dell’odio, quell’ossessione per la forza, per il nemico interno, per la purezza identitaria, non nasce nel vuoto: cresce in un ecosistema in cui il razzismo viene spesso travestito da ordine, sicurezza, difesa dei confini, identità nazionale. Quando la propaganda xenofoba e suprematista circola senza argini, soprattutto tra i più giovani, il confine tra slogan e pulsione violenta diventa pericolosamente sottile.
È necessario affermare con chiarezza che la cultura dell’ostilità produce effetti concreti. Le indagini su altri gruppi di minorenni in Italia mostrano una traiettoria inquietante: chat con contenuti antisemiti e neonazisti, esaltazione di attentati suprematisti, manuali per armi ed esplosivi, propaganda razzista come collante identitario. In questo quadro, le destre che soffiano sul sospetto e sulla disumanizzazione dell’altro devono rispondere non solo del linguaggio che usano, ma dell’immaginario che alimentano.
La questione vera è politica e sociale insieme: un bambino di 12 anni non si inventa da solo una mitologia della violenza razzista. La assorbe, la replica, la mette in scena, e trova persino una platea pronta a guardare. Ed è proprio questo il fallimento più grave: aver reso l’odio un codice riconoscibile, condivisibile, quasi consumabile.