L'identità come clava: se il razzismo pop strumentalizza la cultura e la fede


C'è qualcosa di profondamente distorto e pericoloso nel modo in cui una certa propaganda contemporanea tenta di risemantizzare parole d'odio, rivestendole di un folklore rassicurante e patriottico. L'esempio perfetto di questa ginnastica mentale si ritrova in questo post:



In quel post, la dichiarazione fiera e sbandierata di essere razzisti viene associata ai colori della bandiera italiana e a una lista di elementi identitari che con il razzismo non hanno alcun legame logico o storico. Si tratta di un tentativo di sdoganamento culturale che fa leva sul vittimismo populista, fingendo che l'amore per il proprio Paese sia oggi sotto attacco e richieda una difesa aggressiva e discriminatoria.
La mistificazione del testo procede per accostamenti forzati e appropriazioni indebite. L'autore confonde deliberatamente l'apprezzamento per le eccellenze gastronomiche locali o la legittima pretesa del rispetto della legalità con l'ideologia della superiorità e dell'esclusione. Nessuno è mai stato etichettato come razzista per il semplice fatto di amare i tortellini o di ammirare la maestosità del Colosseo.

Il fulcro del problema risiede invece nell'utilizzare il patrimonio storico e artistico come uno scudo ideale dietro cui nascondere il rifiuto dell'altro, trasformando la cultura da ponte di dialogo a barriera invalicabile.
Il punto di massima ipocrisia intellettuale viene toccato con l'evocazione di grandi figure della storia e dell'arte italiana, tra cui spicca San Francesco d'Assisi. Citare il santo del dialogo interreligioso, dell'accoglienza degli ultimi e dell'amore universale all'interno di un manifesto che rivendica l'orgoglio razzista rappresenta un cortocircuito logico intollerabile. Figure che hanno fondato la propria esistenza sull'universalità del messaggio umano e spirituale vengono così decontestualizzate e ridotte a meri feticci identitari, utili solo a giustificare una chiusura mentale che esse stesse avrebbero fermamente respinto.
Questo ribaltamento dei valori trova il suo culmine visivo ed etico nella presenza del Crocefisso, posizionato in cima al testo proprio sopra l'affermazione "SONO RAZZISTA". Per chiunque abbia familiarità con la teologia o anche solo con la storia del cristianesimo, un simile accostamento assume i contorni di una vera e propria blasfemia culturale. Il simbolo supremo del sacrificio, dell'amore incondizionato e del superamento di ogni barriera etnica viene ridotto a un logo politico, a un marchio tribale utilizzato per tracciare una linea di demarcazione tra chi ha diritto alla dignità e chi ne è escluso.
Nessuna vera tradizione si difende calpestandone i principi fondanti. Rivendicare il razzismo con orgoglio non è un atto di anticonformismo o di coraggio, ma il tentativo di legittimare l'intolleranza attraverso la retorica della provocazione. La vera ricchezza dell'identità italiana si esprime nella sua complessità e nella capacità di integrare le differenze, un principio sancito chiaramente dall'articolo 3 della nostra Costituzione, che dichiara la pari dignità di tutti senza distinzione di razza o religione. Usare i simboli della fede e della patria per negare questa dignità non è patriottismo, è solo la negazione della nostra storia migliore.
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