L’ipocrisia del vittimismo strategico di Mario Adinolfi


In un recente intervento sui social media, Mario Adinolfi ha espresso "massima solidarietà" a Matteo Salvini in risposta a presunti insulti ricevuti durante il Pride di Milano.



Analizzando le parole utilizzate da Adinolfi, emerge con chiarezza una strategia comunicativa basata su un doppio standard morale che merita di essere decostruito.

Adinolfi si erge a paladino del rispetto, condannando con vigore il linguaggio utilizzato da un singolo manifestante. Tuttavia, nello stesso testo, lui è il primo ad adottare toni denigratori e offensivi nei confronti del cittadino, definendolo in modo sprezzante. Un simile comportamento rivela un'incoerenza fondamentale: l'insulto viene condannato come "violenza inaccettabile" quando colpisce un potente, ma diventa un legittimo strumento di satira o critica quando viene indirizzato verso una minoranza.

Un altro pilastro del post è il tentativo di estendere la responsabilità di un singolo individuo a un intero movimento. Mentre Adinolfi pretende che esponenti politici si scusino per le parole di una persona, egli ignora deliberatamente il fatto che il suo stesso schieramento politico sia stato, in passato, epicentro di retoriche d'odio ben più gravi e minacciose, talvolta supportate dai suoi stessi sostenitori. Il passaggio logico dall'azione di un singolo alla colpevolizzazione del "Gay Pride" nel suo insieme è una manovra retorica volta a criminalizzare una protesta politica collettiva.

Non si può ignorare il contrasto tra l'attuale indignazione di Adinolfi e la sua storica tolleranza verso le minacce rivolte ai suoi avversari politici. Quando i suoi seguaci hanno minacciato di organizzare attentati terroristici contro Gayburg, il concetto di "violenza" non ha trovato spazio nel suo lessico. Questo vittimismo strategico — dove chi persegue politiche di esclusione si proclama vittima dell'intolleranza non appena riceve una replica — è il segno distintivo di un dibattito pubblico inquinato, volto non al confronto, ma alla delegittimazione dell'altro.

L'intervento di Adinolfi non rappresenta una difesa della dignità del linguaggio, ma un esercizio di potere mediatico che utilizza il vittimismo per occultare le proprie contraddizioni. La pretesa di essere vittime di un sistema "violento" mentre si attacca sistematicamente la dignità di chi chiede diritti civili rimane uno dei tratti più cupi e ipocriti della retorica contemporanea.
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