Modena, gli ultra-integralistitornano a pregare contro i gay

C'è una linea invisibile ma invalicabile che separa la legittima espressione della propria fede dall'utilizzo della stessa come strumento di contrapposizione sociale. Una linea che, purtroppo, una parte del laicato cattolico tradizionalista modenese sembra aver smarrito. In occasione del Modena Pride, momento di rivendicazione di diritti e visibilità per la comunità LGBTQ+, la scelta di organizzare un "rosario di riparazione" non rappresenta solo un anacronismo, ma rischia di svuotare di significato lo stesso messaggio evangelico.

L'incongruenza della "riparazione"
Il 20 giugno, nei pressi della parrocchia dello Spirito Santo, si rinnova un rito che ha il sapore della chiusura: pregare per chiedere perdono a Dio. Ma la domanda sorge spontanea: qual è la colpa da espiare? La richiesta di uguaglianza? La visibilità di affetti e identità che cercano cittadinanza e rispetto?
Utilizzare l'atto di riparazione – una pratica profonda della tradizione cattolica, codificata anche da Pio XI – in chiave di aperta reazione a una manifestazione pubblica significa strumentalizzarla. La riparazione cristiana nasce per sanare le ferite del mondo attraverso l'amore e il sacrificio interiore, non per essere brandita come un manifesto di dissenso politico o morale contro i propri concittadini. Quando la preghiera viene calibrata sui tempi e sulle geografie di un evento civile, cessa di essere un dialogo con il Trascendente e diventa un atto di sbarramento ideologico.
Un copione già visto
Modena non è nuova a queste dinamiche. Già nel 2019 la città fu testimone di processioni e tensioni analoghe legate alla stessa parrocchia. Il fatto che nel 2026, in un mondo in cui il dibattito sui diritti umani e civili ha raggiunto vette di consapevolezza ben diverse, si scelga ancora la via della contrapposizione frontale dimostra una preoccupante resistenza al dialogo.
Mentre la società avanza e si interroga su come includere, una parte della comunità ecclesiale locale sembra voler arretrare, congelata in una visione morale rigida e difensiva. Questa continuità non è un segno di fermezza nella fede, bensì il sintomo di una parrocchia e di un laicato che faticano a relazionarsi con la complessità del presente.
Quale Chiesa per il presente?
Il rischio più grande di iniziative simili è quello di offrire un'immagine distorta del cattolicesimo. La Chiesa, nell'alveo del magistero contemporaneo e nelle parole di Papa Francesco, è chiamata a essere "casa aperta", un luogo di accoglienza e di accompagnamento, non un tribunale che emette sentenze attraverso i grani del rosario.
Queste frange tradizionaliste, nel tentativo di ergersi a paladine di una presunta ortodossia, finiscono per rappresentare una rigida "anti-Chiesa" del giudizio, distante anni luce dalla compassione e dall'ascolto richiesti dal Vangelo. Escludere l'altro in nome di Dio significa, inevitabilmente, allontanarsi da Dio.
Rispondere a una festa di diritti con un cordone di preghiere "riparatorie" non fa bene a nessuno: non fa bene alla comunità LGBTQ+, che si vede ingiustamente stigmatizzata, e non fa bene alla Chiesa, che perde credibilità agli occhi di chi cerca un senso di fraternità universale.
La vera riparazione di cui il nostro tempo ha bisogno non si fa contro qualcuno, ma con qualcuno. Si fa abbattendo i pregiudizi, praticando l'ascolto e riconoscendo la dignità intrinseca di ogni essere umano. È tempo che anche a Modena la fede torni a essere un ponte, e non un muro dietro cui trincerarsi.