Mondiali 2026, caos visti: l'Africa bloccata dalle frontiere di Trump


È scattato il conto alla rovescia per i Mondiali e si susseguono gli arrivi di squadre e delegazioni in Canada, Messico e Stati Uniti. Ma negli aeroporti statunitensi, presidiati dagli agenti dell'Ice e dalla polizia di frontiera, non si fanno sconti: si applicano alla lettera le direttive della Casa Bianca che, da un anno a questa parte, impongono restrizioni totali o parziali di ingresso ai cittadini di 19 Paesi per motivi di sicurezza nazionale.

Il caso che ha fatto infuriare l'opinione pubblica mondiale è quello di Omar Abdulkadir Artan, 34 anni, miglior fischietto africano nel 2025 e primo somalo nella storia della rassegna iridata, di fatto espulso dal torneo prima ancora di scendere in campo.
Artan è stato bloccato e respinto all'arrivo a Miami dopo un lunghissimo interrogatorio di 11 ore. Al fischietto somalo è stato negato il visto nonostante possedesse un passaporto diplomatico agevolato dalle autorità del suo Paese.

Un funzionario del Dipartimento di Stato americano ha giustificato la misura parlando di "presunti legami con membri di organizzazioni terroristiche". Secondo la stampa di New York, si tratterebbe in realtà di un clamoroso caso di omonimia. Ciononostante, ad Artan non è rimasto altro che imbarcarsi su un volo per Istanbul e fare ritorno a Mogadiscio, dove è stato accolto come un eroe, ma con il sogno mondiale spezzato.

Pelé profetizzò che una Nazionale africana avrebbe vinto il Mondiale prima del 2000. Si sbagliava. In questa edizione scenderanno in campo ben dieci squadre africane, ma il loro principale avversario, al momento, è fuori dal rettangolo di gioco.
I media sportivi, tra cui la Gazzetta dello Sport, parlano apertamente di "blacklist, perquisizioni umilianti e sentori di razzismo". Le delegazioni africane sono state sottoposte a controlli serrati con cani antidroga e metal detector, subendo trattamenti solitamente riservati ai trafficanti di stupefacenti. Tra i casi più eclatanti, il dirigente Hussein è stato trattenuto e interrogato per ben 7 ore. Nella pratica di questo Mondiale, l'Africa è il continente che sta pagando il prezzo più alto della stretta migratoria statunitense.

Il muro di Washington non ferma solo i protagonisti in campo, ma colpisce anche gli spalti. Nello scorso mese di dicembre, Senegal e Costa d'Avorio sono stati inseriti nella lista dei Paesi soggetti a restrizioni parziali.
Il Travel Ban firmato da Trump non prevede eccezioni o deroghe per i tifosi. I sostenitori provenienti da queste nazioni si sono visti rifiutare i visti d'ingresso, vedendosi privati della possibilità di seguire e sostenere le proprie nazionali in un torneo che durerà fino al 19 luglio.

Di fronte al caos geopolitico che sta travolgendo la competizione, la FIFA ha scelto la linea del silenzio e della diplomazia. Il presidente Gianni Infantino non ha rilasciato dichiarazioni di condanna, e la federazione si è limitata a una nota laconica: "Decidono gli Stati Uniti. Le autorità americane hanno l'ultima parola sull'ingresso nei Paesi ospitanti".

Le decisioni dell'amministrazione Trump stanno però sollevando forti dubbi anche all'interno degli stessi Stati Uniti. Il giudice federale John McConnell, del Rhode Island, ha stabilito in una recente sentenza che le politiche della Casa Bianca stanno prendendo di mira illegalmente individui provenienti da 39 Paesi (tra Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente), ostacolando in modo illegittimo anche le normali procedure per asilo, green card e cittadinanza.

Attualmente, la linea dura di Trump prevede uno stop totale per i cittadini di 12 Paesi, tra cui Afghanistan, Myanmar, Ciad, Libia, Sudan, Yemen e la stessa Somalia. Una mossa a cui si aggiunge anche un ordine esecutivo contro le atlete transgender, volto a vietare loro di competere e di entrare negli USA in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 2028. Un clima di totale chiusura che, già oggi, sta lasciando un'impronta indelebile sui Mondiali di calcio 2026.
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