Mondiali 2026, la Fifa vieta le bandiere arcobaleno a Seattle in occasione di Iran-Egitto

Niente bandiere arcobaleno, niente celebrazioni, nessun accenno ai diritti umani. Dentro e fuori lo stadio di Seattle, per la partita tra Egitto e Iran, calerà il sipario del silenzio. Il motivo? Teheran e Il Cairo lo hanno chiesto alla FIFA che, come da gloriosa tradizione quando si tratta di calpestare i diritti in nome del denaro e del quieto vivere, si è prontamente inginocchiata.
L'agenzia iraniana Fars lo ha annunciato quasi con fiero vanto: hanno ottenuto "rassicurazioni ufficiali" che non ci sarà alcuna attività promozionale LGBTQ+ all'interno dello stadio.
Il grottesco capolavoro diplomatico nasce da una coincidenza che, per i due regimi, è fumo negli occhi. Seattle aveva istituito il suo "Pride Match Day" ben prima del sorteggio del 5 dicembre, programmando una festa di sport, inclusione e amore libero in concomitanza con il Pride cittadino. Ma la sorte ha teso un brutto scherzo ai paladini del moralismo di Stato, mettendo di fronte due Paesi in cui l'omosessualità non è solo un tabù, ma un reato. In Egitto si rischia la gogna e il carcere; in Iran, per colpa di chi si ama, si finisce direttamente sulla forca con la pena di morte.
Non paghi della censura ottenuta, gli ayatollah hanno persino preteso di dare una lezione di civiltà, dichiarando che la scelta riflette "valori e sensibilità condivise" tra i popoli di Iran ed Egitto in quanto paesi musulmani. Una retorica spicciola che usa la religione e la cultura come scudo per giustificare la discriminazione sistematica e la violenza di Stato.
L'ironia di questa sottomissione ai diktat omofobi è ancora più amara se si guarda al calendario. L'incontro si disputa a ridosso dell'anniversario della rivolta di Stonewall (la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969), la scintilla nata dai corpi e dalla rabbia della comunità gay di New York contro i soprusi della polizia, l'evento che ha dato inizio al mese del Pride.
Seattle voleva onorare questa memoria, dimostrando che il calcio può essere uno spazio di visibilità e appartenenza globale. E invece, di fronte alle proteste isteriche di due federazioni dove l'amore omosessuale è perseguitato, la FIFA ha preferito spegnere i colori e calare il bando. Nel 2026, la vetrina mondiale del calcio si piega ancora una volta a chi nega i diritti umani fondamentali, dimostrando che il "rispetto" della FIFA vale solo se non disturba l'omofobia dei suoi partner commerciali.