Adinolfi, tra tragedie e vittimismo


Parrebbe none esistere caso di cronaca, purtroppo, che non venga puntualmente risucchiato nel vortice della strumentalizzazione da parte di Mario Adinolfi. Però lui prova a raccontare che sarebbero gli altri a "strumentalizzare" chi osserva che la violenza omofoba sta aumentando da quando lui ed altri integralisti hanno cercato di fare soldi col business dell'omofobia. Ricorrendo alla sua consueta strategia del vittimismo aggressivo, scrive:



Nel post in questione, Adinolfi reagisce alle parole di Alessandro Zan, il quale aveva collegato l'omicidio di un figlio da parte del padre che non accettava l'orientamento sessuale della vittima a un clima di omofobia diffuso. La risposta di Adinolfi è immediata: accusa Zan di "sciacallaggio" e di voler "additare i nemici al pubblico ludibrio".
È un paradosso stridente: Adinolfi, che per anni ha costruito la propria narrazione politica sull'attacco sistematico alle persone LGBTQ+, si veste improvvisamente dei panni della vittima, denunciando una presunta "caccia all'uomo" nei suoi confronti.

La negazione dei nessi culturali
Il cuore della polemica sta nella negazione, da parte di Adinolfi, di qualsiasi nesso tra il clima culturale di intolleranza e atti di violenza estrema. Mentre cerca di scagionarsi dalle responsabilità politiche e comunicative, il post continua a ribadire posizioni che alimentano lo stigma, definendo l'omogenitorialità un "abominio criminale".
La strategia è chiara: si sposta l'attenzione dal tragico fatto di cronaca alla difesa del proprio pensiero, dipingendosi come un "leone" che lotta contro le "iene" e gli "sciacalli". In questo modo, il dibattito si inquina, trasformando la condanna di un possibile delitto d'odio in una contesa politica in cui la dignità delle persone gay viene, ancora una volta, messa in discussione.

La retorica del "nemico"
Il post è emblematico del metodo Adinolfi:
  • Attacco personale: Non si discute il tema dell'omofobia, si attacca la figura di Alessandro Zan, definendolo un "vigliacco".
  • Negazione della realtà: Si nega che le parole possano avere peso nella creazione di un clima sociale, rifiutando ogni connessione tra il proprio linguaggio e la violenza subita dalle minoranze.
  • Vittimismo strategico: Si urla alla "liberticidio" per evitare di affrontare il merito delle critiche ricevute.

Il post appare una prova plastica di una comunicazione che non cerca il dialogo, ma la contrapposizione costante. Strumentalizzare una tragedia per ribadire le proprie posizioni contro i diritti altrui non è solo una scelta di campo, ma è la fotografia esatta di quella che lo stesso Adinolfi definisce "pochezza" nel suo messaggio, rovesciando però, con ironia tragica, la responsabilità del giudizio su chi prova a denunciare l'odio.

La coerenza dell'intolleranza: oltre il vittimismo, l'opposizione al supporto concreto
La strategia comunicativa di Adinolfi non si limita a respingere le critiche sul piano teorico, ma si traduce in un'opposizione diretta a qualsiasi iniziativa concreta di supporto rivolta alle persone LGBTQ+.
Un esempio lampante di questa posizione è visibile nel post contenuto in un post, pubblicato poche ore prima, in cui Adinolfi attacca frontalmente la diocesi di Firenze e la Caritas per la collaborazione con l'Arcigay nel progetto "Casa Andrea".



In quel contesto, Adinolfi usa la sua interpretazione di documenti dottrinali, come il documento "Dignitas Infinita", per mettere in discussione l'opportunità che la Chiesa destini fondi provenienti dall'8xmille a iniziative di ascolto e accompagnamento per persone in transizione.
Adinolfi definisce l'utilizzo dei fondi destinati alla Chiesa per questo progetto come "davvero un po' too much" ed esorta i vescovi a "darsi una regolata", opponendosi di fatto a una rete di protezione sociale rivolta a ragazzi e ragazze che cercano supporto.

Mettendo i due post in relazione, emerge con chiarezza la natura del suo agire politico:
  1. Da un lato, Adinolfi nega che le proprie parole abbiano un peso nel creare un clima d'odio o che esistano nessi tra i suoi attacchi e la violenza subita dalle persone gay.
  2. Dall'altro, si impegna attivamente per bloccare qualsiasi forma di sostegno, psicologico o materiale, offerto a chi, proprio a causa di quel clima, potrebbe trovarsi in una condizione di vulnerabilità.
In entrambi i casi, la vittimizzazione personale di Adinolfi serve da scudo per legittimare un'azione politica che mira a isolare le persone LGBTQ+, privandole non solo di rappresentanza, ma anche di strumenti minimi di tutela.

Il tenore die commenti di chi sposa la linea aggressiva di Adinolfi appare abbastanza chiara:



Adinolfi è certo che il suo dio voglia omofobo da parte di persone che usano epiteti volgari ed offensivi? E perché lui si sente vittima quando qualcuno contesta la sue opinabili idee medioevali, ma tutto sarebbe accattabile quando gli omofobi insultano i gay per il solo fatto di esistere?
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