Se l'orientamento sessuale diventa un "capriccio": la retorica discriminatoria di Vannacci

“I gay in Italia hanno tutti i diritti: se vanno all'ospedale li curano, se vanno per la strada possono tranquillamente guidare, se vanno a scuola hanno gli insegnanti”. Sono le aberranti parole pronunciate da Roberto Vannacci durante la sua intervista a "Otto e Mezzo" su La7.
Il leader di Futuro Nazionale ha persino aggiunto che se lui fosse omosessuale, “non accamperebbe diritti” in virtù di come lui non comprenderebbe “perché il frutto di un orientamento sessuale, quindi di un gusto personale, debba dare luogo a diritti”.
L'affermazione trasforma l'orientamento sessuale in una semplice preferenza, come se essere gay equivalgesse a preferire il panettone al pandoro. È un espediente usato per declassare l'identità ad un presunto "capriccio" privato che non giustificherebbe tutele giuridiche alle minoranze.
Definire l'omosessualità come “predilezione” permette a Vannacci di sostenere che lo Stato non dovrebbe occuparsi dei bisogni dei gay. Infatti l'accesso alle cure sanitarie, alla scuola pubblica o alla patente di guida non sono diritti specifici delle persone LGBT+, ma diritti fondamentali che la Costituzione garantisce a tutte le persone. La vera questione che andrebbe affrontata riguarda i diritti civili e familiari e la possibilità di garantire i medesimi riconoscimenti giuridici a chi non condivide i suoi stessi orientamenti. Ed è su quel fronte che le disparità sono molte.
Le unioni civili non sono il matrimonio
Durante l'intervista, Vannacci ha affermato che le persone unite civilmente possono accedere alla pensione di reversibilità. L'affermazione è corretta, ma le parti di un'unione civile hanno solo una parte dei diritti patrimoniali e successori riconosciuti ai coniugi. Ed è altresì evidente che le unioni civili non siano un matrimonio, ancor oggi riservato esclusivamente alle coppie eterosessuali.
La differenza con l'unione civile non è soltanto simbolica. Il matrimonio comporta una piena equiparazione giuridica anche sul piano della filiazione, delle adozioni e del riconoscimento della famiglia.
Oggi, quando un bambino cresce all'interno di una coppia omogenitoriale, il genitore non biologico non viene automaticamente riconosciuto dallo Stato come avviene per gli eterosessuali. L'unica strada possibile è quasi sempre quella dell'adozione in casi particolari, prevista dall'articolo 44 della legge sulle adozioni: un procedimento giudiziario lungo, costoso e rimesso alla valutazione del tribunale. In pratica, una famiglia già esistente deve chiedere a un giudice di riconoscere un legame genitoriale che, nella quotidianità, esiste già.
Procreazione assistita
In Italia, le coppie formate da due donne non possono accedere alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), perché la legge 40 del 2004 limita l'accesso alle sole coppie eterosessuali. Molte famiglie scelgono di ricorrere alla fecondazione assistita all'estero, ma una volta rientrate in Italia incontrano ulteriori difficoltà sul riconoscimento della doppia genitorialità.
Non esiste una legge nazionale contro l'omotransfobia
Le destre hanno affossato una legge nazionale specifica che estenda ai reati motivati da orientamento sessuale o identità di genere le aggravanti previste dalla legge Mancino per razzismo e antisemitismo.
Le persone trans
L'Italia dispone della legge 164 del 1982 sul cambio di sesso anagrafico, che nel tempo è stata resa meno restrittiva grazie agli interventi della Corte costituzionale e della Cassazione, eliminando l'obbligo dell'intervento chirurgico.
Secondo ILGA-Europe e numerose associazioni, però, la normativa rimane datata e fortemente medicalizzata, con procedure considerate lunghe e spesso patologizzanti. Manca, inoltre, una legge fondata sull'autodeterminazione della persona, già adottata in diversi Paesi europei.
A certificare il ritardo italiano è anche la Rainbow Map 2026 pubblicata da ILGA-Europe, dove l'Italia ottiene 24,1 punti su 100, contro una media europea superiore al 52%. Nella classifica si è posizionata al 36° posto su 49, vicinissimo all'Ungheria di Viktor Orbán e lontanissimo dai Paesi europei con le maiores tutele.
Dal 2017 ad oggi, l'Italia non ha fatto che perdere punti nella classifica.
Con buona pace di Vannacci, dire che in Italia i gay avrebbero “tutti i diritti” significa mentire. Hanno sì i diritti fondamentali garantiti a tutti, ma mancano i diritti civili necessari a colmare il divario tra i privilegi di un maschio eterosessuale bianco e le loro discriminazioni.
Poi è sempre facile cercare il voto degli omofobi con una narrazione populista. Se volessimo abbassarci al suo stesso livello, potremmo osservare che mentre i gay combattevano sul Piave, i nonni materni dei suoi figli se ne stavano in Romania. A noi ciò non crea problema, ma è lui a parlare sempre di patria, confini e purezza identitaria. Far leva sull'odio e sull'intolleranza è sempre facile, molto più che battersi per rendere migliore il proprio Paese.