Tel Aviv, il movimento che critica il pinkwashing di Stato


Tommaso Cerno e Matteo Salvini amano sostenere che i gay dovrebbero sostenere i crimini sionisti solo perché Israele è meno omofobo della Palestina. Ma l'idea non è loro, trattandosi si una retorica usata anche da Benjamin Netanyahu.
A Tel Aviv, un gruppo di circa centocinquanta persone ha dato vita a un evento denominato "Stonewall 2026", ponendosi in netta contrapposizione con il Pride ufficiale che aveva sfilato nelle stesse strade il 12 giugno scorso. Gli organizzatori hanno scelto questa forma di protesta per denunciare quella che definiscono una strategia di pinkwashing, ovvero l'utilizzo strumentale dei diritti LGBTQ+ da parte dello Stato israeliano per offrire un’immagine progressista e occultare, allo stesso tempo, le azioni militari condotte a Gaza, in Cisgiordania e in Libano.

La decisione di distanziarsi dalla manifestazione principale, che ha visto la partecipazione di oltre centomila persone, è nata dalla necessità di esercitare una libertà di espressione che, a detta dei promotori, nel corteo ufficiale risulta eccessivamente moderata. L'attivista ventiquattrenne Kim Ibrahim, portavoce dell'iniziativa, ha spiegato che la protesta si fonda sulla richiesta di diritti universali per palestinesi, donne e comunità queer, superando la visione circoscritta ai soli interessi di una specifica categoria. I manifestanti hanno lanciato un appello per garantire sanità, sicurezza e opportunità lavorative a chiunque viva tra il fiume e il mare, rifiutando ogni legame con l'ideologia sionista e sottolineando che la solidarietà deve trascendere i confini fisici e politici.

Durante l'evento, tenutosi in lingua ebraica e araba, gli attivisti hanno descritto la comunità LGBTQ+ come una vittima del governo e, contemporaneamente, come una lavatrice diplomatica usata per ripulire l'immagine del Paese. Il posizionamento politico del gruppo è risultato complesso e trasversale, poiché ha previsto una doppia esclusione: da una parte il rifiuto delle correnti che gli organizzatori hanno bollato come conservatrici, misogine e fasciste all'interno della società israeliana, e dall'altra la presa di distanza dalle frange del fronte filo-palestinese che promuovono omofobia o violenza, pratiche che i promotori dichiarano di voler fermamente respingere.
La gestione dell'ordine pubblico ha sollevato ulteriori interrogativi. Nonostante gli organizzatori avessero concordato preventivamente le modalità della marcia con le forze dell'ordine per proteggere i partecipanti, in particolare quelli palestinesi che avrebbero rischiato ritorsioni a causa dell'omofobia diffusa in certi ambienti, è stata segnalata la presenza di agenti intenti a filmare i presenti, sollevando dubbi sulla reale protezione della privacy degli attivisti.

Questo clima di tensione si inserisce in una stagione segnata da forti divergenze. A Gerusalemme, lo scorso 4 giugno, il ventiquattresimo Pride aveva già offerto uno spaccato delle divisioni interne, con cartelli contro il genocidio esposti lungo il percorso e la promessa politica dell'ex premier Yair Lapid di promuovere il matrimonio egualitario. A Tel Aviv, invece, la ripresa della parata dopo due anni di stop è stata accompagnata dalle critiche riportate dal Times of Israel, secondo cui la polizia avrebbe impedito l'accesso ad alcuni partecipanti in possesso di cartelli di dissenso, contravvenendo a quanto stabilito da una sentenza dell'Alta Corte del 2025, che aveva limitato il potere delle autorità di vietare espressioni di protesta contro la guerra.
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