Valditara e FdI scendono in campo in difesa dello striscione razzista di Cesena

La scuola del ministro Valditara somiglia sempre più a un perverso laboratorio ideologico che mira a indottrinare gli studenti al degrado populista. Da un lato si minaccia il carcere per i docenti che affrontano l'educazione sessuale in classe, dall'altro si esaltano gli studenti che intonano cori inneggianti alla Xª MAS prima di affiggere abusivamente striscioni dal sapore razzista.
Il ministro sembra aver dato ragione alla tesi di Tommaso cerno, ossia a quel signore che si è inventato la polemica e che da giorni ripete che striscione contestato non andrebbe ritenuto razzista. Ovviamente, ha affidato queste dichiarazioni alle pagine del quotidiano diretto proprio da Tommaso Cerno. Fingendo che quello non sia uno slogan in voga tra i gruppi neofascisti, Valditara ha affermato che «di per sé non ha alcun contenuto razzista la frase 'L'Italia agli italiani'».
La sanzione e la mistificazione storica
Il ministro ha sollevato un quesito: «È stato dato un 6 in condotta per aver affisso uno striscione contravvenendo alle regole, oppure per stigmatizzare il contenuto?». La risposta, in realtà, è scritta chiaramente nella sanzione stessa. La tesina assegnata agli studenti tratta di leggi razziali, della Giornata del Ricordo e del libro «Gli africani siamo noi» di Guido Barbujani, un saggio che dimostra scientificamente l'inesistenza di una "razza italica". Se la sanzione si concentra sul razzismo, è evidente che l'oggetto della censura scolastica sia il messaggio e non il semplice gesto dell'affissione abusiva.
L'argomentazione del ministro insiste su un parallelismo storico forzato: «La frase è la sintesi del pensiero di Mazzini, si ritrova in Carducci, ed è stata usata da Storace, Lega e FdI». Si tratta della classica strategia retorica: scomodare i padri della patria per ripulire la sostanza di un messaggio che, nel contesto odierno, non è patriottismo ma un'esplicita invocazione all'esclusione.
Seguendo questo bizzarro schema logico, si potrebbe persino sostenere la legittimità della svastica solo perché esisteva prima del nazismo. La realtà storica è ben diversa: Mazzini parlava di unità nazionale contro le dominazioni straniere dell'epoca, non di chiusura contro gli immigrati nell'Italia di oggi. Carducci esortava a restituire dignità alla nazione, non a escludere chi contribuisce a costruirla. Utilizzare questi fari della nostra storia per sdoganare uno slogan che risuona come "solo gli italiani di sangue sono italiani" è un'operazione di cattiva memoria. Da un ministro dell'Istruzione ci si aspetterebbe l'invito a riflettere sulla portata intollerante di certi messaggi, non la fretta di decretare che «non incitano all'odio razziale».
Il paradosso della cittadinanza
La vera questione non è solo se lo striscione inciti o meno all'odio in senso giuridico. Il punto è se quel messaggio – in un Paese in cui oltre il 5% dei cittadini è di origine straniera e le seconde generazioni sono parte integrante del tessuto sociale – possa essere normalizzato senza conseguenze.
Valditara frena dicendo che «italiani sono anche gli italiani di seconda generazione». Ma allora perché difendere uno slogan che sembra escludere proprio loro? E perché il suo partito di appartenenza dichiara l'esatto contrario sui propri profili social? Se le seconde generazioni sono italiane, lo slogan "l'Italia agli italiani" diventa una formula vuota o, nel peggiore dei casi, un modo per ribadire che solo alcuni italiani sono "davvero" italiani, sulla scia delle teorie espresse da certi generali.
Il ministro ha parlato di un presunto «sviamento di poteri» da parte del consiglio di classe. Tuttavia, il vero sviamento è quello di chi, invece di condannare un messaggio discriminatorio, lo difende con argomenti di circostanza. Al contrario, l'Ufficio Scolastico Regionale dell'Emilia-Romagna si è mosso con prudenza, chiedendo chiarimenti alla dirigente Maria Silvia Arcuti e sottolineando l'attinenza dell'elaborato critico con le motivazioni del 6 in condotta, ribadendo implicitamente che la scuola non deve trasformarsi in un campo di battaglia per slogan politici.
La normalizzazione dell'esclusione
A Cesena la polemica è esplosa violentemente. L'assessora Elena Baredi ha definito lo striscione «un'offesa all'intera città», mentre il PD, Fondamenta-Avs e la CGIL hanno espresso una ferma condanna. Sul fronte opposto, Fratelli d'Italia ha presentato un'interrogazione in Regione, parlando di sanzioni «severe, inique e ideologiche».
Ma l'asse del problema non sono le sanzioni: è l'atto del ministro che, tramite un'intervista, normalizza un messaggio di esclusione. Valditara ha dichiarato: «Diverso sarebbe stato se i ragazzi avessero pubblicato uno striscione che incitava all'odio razziale». Ma perché si dovrebbe attendere la manifestazione dell'odio esplicito per intervenire? Uno slogan che discrimina tra cittadini è già, intrinsecamente, una forma di esclusione. La scuola ha il compito opposto: deve essere il luogo in cui si riflette sul significato profondo dell'essere comunità, dove si comprende che l'Italia appartiene a tutti coloro che la vivono e la rispettano, non solo a chi vanta un determinato cognome o presunto sangue.
La doppia morale del governo
Il ministro ha liquidato le sue dichiarazioni come una «valutazione personale». Ma quando un esponente del governo parla, la sua opinione si trasforma inevitabilmente in una linea di indirizzo per l'intero sistema scolastico. Il danno è doppio: si legittima un messaggio escludente e si fa passare l'idea che la scuola debba piegarsi a posizioni di parte. La scuola deve rimanere neutrale, uno spazio dove i giovani imparano a pensare criticamente, non a ripetere slogan da curva.
Il caso di Cesena è il simbolo di una battaglia culturale più ampia sull'identità del Paese. In questo scenario, il ministro non dovrebbe fare da scudo a uno striscione divisivo, ma dovrebbe fare da guida, ricordando che l'Italia è di tutti e non solo dei più prepotenti.
Inoltre, appare quantomeno curioso il cortocircuito politico della Lega: Matteo Salvini invoca il carcere per qualsiasi reato e propone il ritorno della leva obbligatoria per imporre la disciplina ai giovani, ma poi il suo schieramento grida alla "punizione sproporzionata" quando si decide di sanzionare chi inneggia a dei collaborazionisti delle SS e appende striscioni abusivi che calpestano i più fondamentali principi della nostra Costituzione.