Vecchie glorie e nuove intolleranze: la nostalgia reazionaria sui social

Navigando tra le piazze digitali di Instagram, Facebook o X, è impossibile non imbattersi in un trend nostalgico sempre più diffuso e politicamente cavalcato: la condivisione di vecchi spezzoni televisivi, sketch comici dei film anni '70 e '80 o storiche dichiarazioni di personaggi pubblici del passato. Il tutto accompagnato da didascalie standard del tipo "quando si poteva ancora ridere di tutto" o "prima che arrivasse la dittatura del politicamente corretto". Peccato che, analizzando quei contenuti, quel "tutto" si riduca quasi esclusivamente alla derisione sistematica, violenta e stereotipata delle persone omosessuali e delle identità trans, utilizzate per decenni come macchiette comiche ad uso e consumo del pubblico eteronormativo.
Una nostalgia tossica che usa il passato come un'arma impropria per legittimare le intolleranze del presente.
La falsa retorica della censura
Questo revival della goliardia omofoba viene spacciato per una coraggiosa battaglia in difesa della libertà di espressione contro una presunta censura progressista. In realtà, si tratta di un banale meccanismo di reazione e rancore culturale. Chi rimpiange i tempi in cui l'insulto pubblico e la caricatura umiliante erano la norma, non sta difendendo il diritto alla satira, ma esprime il profondo fastidio di dover fare i conti con la dignità e il rispetto conquistati dalle minoranze.
La satira, per sua natura, colpisce il potere e mette in discussione i dogmi; quando colpisce in modo sistematico una categoria marginalizzata per confermare i pregiudizi della maggioranza, non è satira, ma bullismo mediatico di Stato. Il fatto che oggi certi sketch non siano più considerati accettabili o non facciano più ridere non è il risultato di una censura calata dall'alto, ma il segno tangibile dell'evoluzione culturale di una società che impara a riconoscere il peso delle parole e la sofferenza altrui.
Smontare il mito dei "bei vecchi tempi"
Dietro quel finto rimpianto per un'epoca apparentemente più leggera e spensierata si nasconde il tentativo di normalizzare e sdoganare nuovamente l'intolleranza verbale nel dibattito pubblico attuale. Ricordare l'immaginario mediatico degli scorsi decenni deve servire come monito, non come modello da seguire.
La fine della tolleranza verso lo scherno sistematico e l'insulto d'avanspettacolo non ha impoverito la cultura italiana, l'ha semplicemente resa più civile e laica. La libertà di espressione rimane un valore sacro e indiscutibile, ma non può essere confusa con la pretesa di discriminare senza subire critiche.