È accusato di frode e truffa, ma i populisti se la prendono con gli immigrati


L'arresto di Mario Adinolfi è effetto di un presunto sistema di truffa ed evasione fiscale legato al progetto denominato "Scommessa Collettiva".
Le accuse sono gravi: gli inquirenti ipotizzano un danno complessivo di circa 5 milioni di euro ai danni di investitori privati e un'evasione fiscale quantificata in 400 mila euro. Secondo la Guardia di Finanza, i capitali raccolti come investimenti in scommesse sportive sarebbero poi stati utilizzati in gran parte per spese personali, tra cui l'acquisto di beni di lusso, imbarcazioni, quadri, viaggi e lingotti d'oro.

Nonostante la natura prettamente economica e documentale dell'inchiesta, sui social network si è rapidamente formata una frangia di sostenitori pronta a gridare al "complotto". Il meccanismo è quello classico del populismo digitale: di fronte a prove concrete (come le movimentazioni bancarie e le testimonianze delle vittime raccolte anche da trasmissioni televisive) si preferisce spostare il piano della discussione su una presunta persecuzione politica.



La loro narrazione cerca di decontestualizzare i fatti, suggerendo che l'arresto sia una sorta di "punizione" per le posizioni pubbliche del giornalista e per i suoi attacchi contro le comunità immigrate. È una manovra retorica volta a trasformare un indagato per reati finanziari in un "martire" della libertà di opinione.

Una delle dinamiche più tossiche osservate in queste ore è il tentativo di ribaltare il peso delle responsabilità, sostenendo che gli evasori fiscali siano perseguitati dalle procure solo perché colpevoli di esprimere idee contro l'immigrazione. Questa tesi, priva di qualsiasi riscontro nei fatti, serve a delegittimare le istituzioni, dipingendo la magistratura come un corpo politicizzato che usa lo strumento penale per silenziare il dissenso. Inoltre, apostando il focus sul "razzismo" o sulla "lotta politica", si evita di discutere del merito dell'accusa principale: aver sottratto ingenti somme di denaro, spesso a persone vulnerabili o in difficoltà economica, attraverso false promesse di guadagno.

Il gip di Roma, nell'ordinanza di custodia cautelare, ha chiarito che il pericolo di recidiva è concreto e legato alla sistematica modalità operativa del sistema di scommesse, non certo alle opinioni espresse dall'indagato. In questo scenario, le voci che tentano di "difendere" Adinolfi attraverso la lente della discriminazione politica finiscono per ignorare (o peggio, giustificare) il dramma delle molte persone che hanno visto svanire i propri risparmi in questo presunto schema illecito.

Anche il quotidiano di Tommaso Cerno cerca di glissare sulle accuse, sfruttando la figlia di Adinolfi per suscitare indignazione:



Ovviamente si guardano bene dallo spiegare che quello è l'ultimo post pubblicato da Adinolfi e che è quello il motivo per cui la gente commenta lì.
C'è persino chi sostiene che non si dovrebbe poter arrestare nessuno in prossimità del compleanno di un parente...



E che c'entra Marina Berlusconi con la presunta truffa contestata ad Adinolfi?
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