Il Cio riammette la Russia


Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha ufficializzato la revoca della sospensione del Comitato Olimpico Russo, escluso nell’ottobre 2023 a seguito dell’aggressione militare mossa da Mosca nei confronti dell'Ucraina. La decisione riapre le porte degli eventi internazionali agli atleti russi sotto la formula della "neutralità individuale" in vista delle olimpiadi trumpiane di Los Angeles.

Il principio di "neutralità" invocato dal CIO si presenta come un nobile paravento, volto a proteggere l'individuo dalla responsabilità collettiva dello Stato. Tuttavia, nel contesto di una guerra totale e di un regime che utilizza lo sport come pilastro fondamentale della propria propaganda, una simile distinzione appare come una finzione burocratica. Gli atleti russi di alto livello sono, per la maggior parte, prodotti di un sistema statale che non separa le carriere sportive dai finanziamenti pubblici, dalle strutture d'élite e dai legami, talvolta organici, con i corpi militari.
Sostenere che sia possibile isolare l'atleta dalla propria appartenenza nazionale significa ignorare come lo sport d'élite sia, di fatto, un’estensione del prestigio di una nazione. Quando un atleta gareggia, anche senza bandiera, il suo successo viene inevitabilmente integrato nella retorica di un apparato che cerca costantemente conferme di legittimità sulla scena globale. In questo senso, la neutralità non è una condizione oggettiva, ma una concessione politica che finisce per normalizzare la presenza di una nazione aggressore mentre i suoi missili continuano a distruggere asili, ospedali e case.

Il CIO ha delegato alle singole federazioni internazionali l'onere di verificare l'assenza di legami degli atleti con le forze armate o con il sostegno attivo alla guerra. Pur trattandosi di una misura teoricamente necessaria, è nella pratica di una fragilità disarmante. Definire "attivamente coinvolto" un atleta in un sistema dove la pressione politica e la propaganda sono pervasivi è un compito arduo, se non impossibile, per organismi sportivi che spesso difettano di strumenti di intelligence o di osservatori indipendenti sul campo.
Questa frammentazione delle responsabilità finisce per creare un mosaico di regole incoerenti, dove ogni federazione interpreta il "compromesso" in modo diverso. Il risultato è il collasso di una linea morale unitaria: lo sport mondiale perde la sua voce collettiva, preferendo rifugiarsi in un labirinto di tecnicismi che, paradossalmente, proteggono l'aggressore anziché le sue vittime. Si configura così un precedente pericoloso: quello in cui l'efficienza procedurale viene anteposta alla coerenza dei principi di umanità e rispetto della vita.

Ovviamente esulta la Lega, che negli anni non ha mai perso la propria simpatia nei confronti di Putin:



Nelle loro semplificazioni populistiche, la "pace" si otterrebbe facendo finta che i crimini non siano mai stati commessi. Si vogliono deportare migliaia di immigrati onesti per i crimini commessi da minoranze appartenenti alle medesime etnie, ma si vogliono perdonare gli oligarchi che hanno massacrato migliaia di persone. E tutto questo andrebbe fatto sulla base delle proprie antipatie.
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