Il cortocircuito logico: quando l'appropriazione indebita viene spacciata per "battaglia di idee"

In democrazia le idee si combattono nelle urne. È quanto sostiene la leghista Ceccardi, sottintendendo che anche odio e razzismo dovrebbero essere legittimati se parte della propria retorica.
Ma cosa succede quando un politico viene chiamato a rispondere non delle proprie idee, ma delle proprie azioni, e specificamente di presunti reati finanziari?

Nel post di Susanna Ceccardi emerge una preoccupante tendenza retorica: quella di sovrapporre i reati penali al dissenso politico. L'eurodeputata leghista, esprimendo solidarietà a Marine Le Pen, scrive: "In democrazia le idee si sfidano nelle urne [...] non cercando di eliminare l'avversario dalla competizione politica".
Il messaggio sottotraccia è chiaro, quanto pericoloso: se la magistratura indaga un leader politico populista, sta in realtà processando le sue idee. Ma i fatti raccontano una storia completamente diversa.
Per comprendere la fallacia di questo ragionamento, bisogna guardare ai fatti nudi e crudi. I procedimenti giudiziari che coinvolgono figure come Marine Le Pen (e il suo partito) non riguardano il loro programma politico, le loro posizioni sull'immigrazione o la loro visione dell'Europa. Riguardano ipotesi di reato molto terrene e concrete.
Il fulcro delle accuse mosse in questi anni ruota attorno all'appropriazione indebita e all'uso improprio di fondi pubblici. Nello specifico, l'accusa è di aver distratto fondi del Parlamento Europeo – destinati a retribuire gli assistenti parlamentari a Bruxelles – per pagare gli stipendi dei dipendenti del partito in patria.
Si tratta di un reato finanziario, non di un reato d'opinione.
Sostenere che perseguire chi sottrae o usa impropriamente fondi pubblici sia un attacco alle "idee" del suo partito crea un cortocircuito logico e giuridico inaccettabile in uno Stato di diritto.
Rubare, distrarre fondi o falsificare bilanci sono azioni materiali. La Costituzione tutela la libertà di espressione, non garantisce un salvacondotto per i reati contro il patrimonio o la pubblica amministrazione. E se la legge è uguale per tutti, perché un cittadino comune accusato di appropriazione indebita sul posto di lavoro viene processato e un politico dovrebbe essere esentato dallo stesso identico procedimento, usando il proprio consenso elettorale come scudo penale?
Usare i soldi dei contribuenti (europei o nazionali) per finanziare illecitamente la macchina organizzativa del proprio partito è esattamente ciò che dopa la competizione politica. Chi ha a disposizione fondi ottenuti illecitamente concorre alle elezioni con un vantaggio sleale rispetto a chi rispetta le regole.
L'argomentazione usata dalla Ceccardi confonde volutamente due piani. Certo che le idee si sfidano nelle urne con il voto libero dei cittadini. Ma per garantire che quel voto sia davvero libero e che le istituzioni siano sane, esiste un altro pilastro fondamentale delle democrazie occidentali: la separazione dei poteri e il principio di responsabilità (la cosiddetta accountability).
Se un leader politico rischia l'ineleggibilità o l'interdizione dai pubblici uffici a causa di una condanna penale per reati finanziari, non è vittima di un "complotto per eliminarlo dalla competizione". È semplicemente un cittadino che sta affrontando le conseguenze delle proprie azioni.
Smascherare questo vittimismo è un dovere civico: chi si appropria indebitamente di denaro pubblico non è un martire del pensiero libero, ma qualcuno che ha tradito la fiducia di quegli stessi elettori che dice di voler difendere.