Il doppio standard della giustizia: quando il rigore vale solo per gli altri

La recente approvazione del disegno di legge sulla responsabilità minorile -ribattezzato dai suoi stessi sponsor politici come norma "anti-maranza"- conferma una tendenza ormai sistematica nella comunicazione della destra di governo: la ricerca del consenso attraverso la spettacolarizzazione della pena. L'idea di intervenire sui minori dai 14 anni in su invertendo l'onere della presunzione di imputabilità viene spacciata come il rimedio definitivo a ogni forma di insicurezza urbana, riducendo un problema sociale complesso –quello del disagio e della devianza giovanile– a una questione di mera repressione poliziesca.

Il cortocircuito logico ed etico diventa però evidente non appena si sposta lo sguardo da ciò che accade nelle strade a ciò che avviene nelle stanze del potere. Lo slogan draconiano "chi sbaglia, paga" svanisce improvvisamente di fronte alle vicende giudiziarie che lambiscono la politica e i suoi alleati. Lo si è visto chiaramente nel caso Ruggero, dove Salvini ha stampato magliette griffare col volto del gioielliere per chiedere impunità per chi sbaglia e commette un duplice omicidio. E lo si è visto con lo scudo eretto dal Parlamento e dalla maggioranza per bloccare l'accesso dei magistrati alle chat nell'ambito di inchieste delicate, così come nelle norme pensate ad hoc per depenalizzare o blindare determinate condotte private o di categoria.

Da un lato si invoca il pugno di ferro e la cella per i quattordicenni, dipingendo il carcere come una panacea universale; dall'altro si alzano barriere istituzionali e procedurali ogni volta che la magistratura chiede di fare luce sui comportamenti dei rappresentanti delle istituzioni. È la cifra di una politica che applica la giustizia a geometria variabile: spietata e muscolare verso i soggetti politicamente deboli o marginali, garantista e protettiva quando a sbagliare è il palazzo.