La discriminazione non è mai "buonsenso"


La pagina di Provita Onlus ha entusiasticamente celebrato una discutibile decisione giudiziaria statunitense in merito alla partecipazione di atleti transgender alle competizioni sportive scolastiche e universitarie, definendola una "scelta di buonsenso" che metterebbe al centro la "realtà" contro l'"ideologia". Tuttavia, dietro questa retorica si cela una narrazione pericolosa e profondamente discriminatoria.



È necessario sgomberare il campo da un equivoco di fondo: escludere persone dal diritto di praticare sport non è "buonsenso", è discriminazione. Etichettare l'esclusione di ragazzi e ragazze basata sulla loro identità di genere come una vittoria della "realtà" è un tentativo di normalizzare l'intolleranza. Il "buonsenso" non dovrebbe mai consistere nel negare la dignità e l'inclusione di una parte della popolazione.
Pare altrettanto squallido constatare come il presunto interesse per lo "sport femminile" venga utilizzato esclusivamente per alimentare odio. Invece di promuovere un dibattito reale su come rendere lo sport un ambiente accogliente per tutti, si preferisce cavalcare la polarizzazione, usando le donne come pretesto per giustificare l'esclusione di altre persone. La difesa dei diritti delle donne non dovrebbe mai passare attraverso l'oppressione di altre minoranze.

Il post dell'organizzazione di Jacopo Coghe scivola in una semplificazione brutale, definendo le atlete transgender come "cioè maschi". Questa è una negazione fondamentale dell'identità: le donne trans sono donne. Ridurre la loro identità al sesso assegnato alla nascita non è solo un errore scientifico e sociale, ma un atto violento che cancella le persone nella loro soggettività.
Inoltre, il discorso dei sostenitori di simili posizioni è caratterizzato da una miopia imbarazzante: sembrano dimenticare che esistono anche uomini trans. Se l'obiettivo fosse davvero l'equità sportiva, il dibattito dovrebbe essere molto più complesso di quanto proposto. Invece, vediamo l'esultanza per la discriminazione di giovani ragazzi e ragazze: uno spettacolo desolante e, francamente, osceno.

L'inclusione non è un'ideologia, è un valore civile. Esultare perché delle istituzioni limitano la libertà di altre persone non è una vittoria di civiltà, ma un arretramento preoccupante per la nostra società.
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