La narrazione del vittimismo come mezzo di propaganda


Considerando che Silvia Sardone, Susanna Ceccardi e Anna Cisint non fanno altro che attaccare e denigrare i mussulmani, non si capisce perché dicano che qualcuno vorrebbe "imbavagliarle". A meno che non sognino di poter parlare apertamente di uccisioni o di campi di sterminio, ci pare che le tre leghiste siano già state fin troppo libere di promuovere una buona dosa di odio religioso...



La campagna denominata "NO VELO, NO BAVAGLIO" si inserisce in un solco propagandistico ormai consolidato, che fa della demonizzazione dell’altro il proprio pilastro comunicativo.
I promotori della norma, ossia le tre eurodeputate leghiste, sostengono che il loro obiettivo sarebbe quello di tutelare della "dignità e della libertà femminile" e la garanzia della sicurezza pubblica, invocando la necessità di identificare costantemente le persone in ogni spazio.
Tuttavia, analizzando i testi e gli emendamenti proposti, emerge chiaramente come tali argomentazioni fungano da scudo ideologico: il focus non è realmente volto a migliorare la condizione delle donne, ma a stigmatizzare sistematicamente una minoranza religiosa. La proposta di sanzionare, anche penalmente, l'occultamento del volto non fa che alimentare un clima di sospetto generalizzato, trasformando pratiche religiose in un presunto pericolo per la sicurezza nazionale e, di fatto, complicando l'integrazione di chi vive in Italia.

È paradossale, se non grottesco, osservare come le stesse esponenti politiche, protagoniste di un’incessante retorica contro la comunità musulmana e le sue pratiche religiose, scelgano di autoproclamarsi vittime di un presunto tentativo di censura.
Brandire lo slogan "vogliono zittirci" non è altro che una raffinata tecnica di inversione della realtà: un tentativo di trasformare l’aggressività politica in difesa della libertà di espressione. In realtà, dietro la crociata contro il velo si cela una strategia comunicativa ben precisa che punta a consolidare il consenso attraverso la paura ve4sovuba fantasma "islamizzazione", piuttosto che a favorire un reale dibattito sull'integrazione o sui diritti.
Denunciare un inesistente "bavaglio" serve, paradossalmente, proprio a impedire una critica sostanziale alla loro operazione politica: chiunque contesti i toni o i contenuti della loro campagna viene immediatamente bollato come censore, lasciando così intatta la loro libertà di continuare a cavalcare l'odio religioso senza dover rendere conto delle proprie responsabilità.
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