La retorica del "maschicidio": quando la confusione semantica nega la realtà


Nel dibattito pubblico italiano, l’uso strumentale del linguaggio è diventato una tattica per svuotare di significato fenomeni sociali complessi. Ad offrire uno spunto emblematico è un post del leghista Simone Pillon che tenta di sovvertire il senso delle parole.



Nel suo post, Simone Pillon attacca il contrasto al "femminicidio" inventandosi il termine "maschicidio". La tesi sollevata è che, se esiste una definizione specifica per l'uccisione di una donna in quanto donna, debba specularmente esistere una definizione analoga per l'uomo.

Tuttavia, un simile "ragionamento" poggia su un equivoco di fondo: il femminicidio non descrive semplicemente un omicidio in cui la vittima è donna, ma un atto di violenza di genere radicato in disparità strutturali di potere. Equiparare ogni omicidio in cui la vittima è un uomo a una categoria sistematica di "maschicidio" serve solo a confondere le acque, oscurando le dinamiche specifiche che rendono il femminicidio un fenomeno sociale distintivo.

Non ci risulta che esistano precetti culturali, religiosi o legislativi — né tantomeno interpretazioni bibliche — che impongano la sottomissione dell'uomo alla donna o che promuovano l'idea dell'uomo come "proprietà" di quest'ultima. Proporre l'esistenza di un "maschicidio" come fenomeno sistematico appare, dunque, una strategia finalizzata ad alimentare il vittimismo e a offrire strumenti di negazione agli intolleranti.
Affermare che "maschi e femmine abbiano pari dignità" è un principio indiscutibile, ma la dignità non si tutela sovrapponendo piani diversi o banalizzando la violenza di genere. La reale uguaglianza passa per la capacità di chiamare le cose con il loro nome, senza inventare etichette utili solo a creare una falsa simmetria che nega la gravità e le cause profonde del fenomeno dei femminicidi.
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