La retorica del vittimismo: Simone Pillon e la ricerca ossessiva del nemico

L'ultima sortita social di Simone Pillon offre uno spaccato piuttosto chiaro di quella che potremmo definire una "strategia dell'ossessione". Davanti alla cronaca nera, che richiede rigore e analisi dei fatti, l'ex senatore sceglie la strada della polemica stucchevole, cercando di scovare, in ogni notizia, il pretesto per alimentare la propria narrazione politica. Il meccanismo è elementare quanto prevedibile: si prende un fatto di cronaca, si ipotizza una presunta disparità di trattamento da parte della stampa e si costruisce sopra un castello di vittimismo.
In questo caso, l'occasione è fornita dall'omicidio di Ann Widdecombe. Pillon contesta il modo in cui i media riportano le origini o i tratti somatici dei sospettati, lanciando una sfida retorica sulla liceità di definire un sospettato come "britannico e bianco". L'obiettivo, chiaramente, non è una reale riflessione sul giornalismo, bensì la costruzione di un falso dilemma: l'idea che esista un pregiudizio sistematico contro le narrazioni che coinvolgono individui appartenenti a minoranze, a discapito di una supposta verità che verrebbe "nascosta".

Ciò che emerge con prepotenza è l'incapacità, o la volontà deliberata, di non accettare la complessità della realtà. Quando la cronaca riporta che un assassino non è necessariamente identificabile secondo i canoni della propria parte politica, Pillon avverte il bisogno di reagire cercando un capro espiatorio. Il vittimismo diventa così lo scudo perfetto per non confrontarsi con fatti che non si incastrano nella propria visione del mondo. La realtà, però, non ha bisogno di confermare le opinioni di nessuno, ma di essere analizzata per quello che è.
A questo si aggiunge un tratto distintivo della comunicazione dell'ex senatore: il richiamo ossessivo e costante a temi come i diritti delle persone LGBT e l'accoglienza dei migranti. Anche in contesti che nulla hanno a che vedere con queste questioni, Pillon riesce a inserire, quasi come un riflesso pavloviano, il disprezzo verso tutto ciò che riguarda l'inclusione. Che si tratti di commentare un omicidio in Gran Bretagna o una questione di politica interna, il bersaglio rimane lo stesso: le minoranze e chiunque si impegni per garantire loro diritti e tutele.

Questa strategia comunicativa non è casuale. Puntare il dito contro chi si occupa di diritti umani o di accoglienza, accusando queste attività di essere la causa di inefficienze o drammi sociali, è un metodo efficace per mobilitare la propria base elettorale attraverso la polarizzazione. È un modo di fare politica che non cerca la risoluzione dei problemi, ma la creazione di un nemico permanente, delegittimando chiunque scelga di non percorrere la strada della discriminazione. In definitiva, l'ossessione di Pillon non racconta nulla sulla verità dei fatti, ma rivela molto sulla debolezza di un impianto politico che ha costante bisogno di creare polemiche artificiali per sopravvivere.