La strumentalizzazione del dolore: quando la cronaca diventa propaganda d'odio

Svanita la speranza di poter fare soldi facili con l'omofobia, Mario Adinolfi parrebbe aver puntato tutto sull'odio religioso.
Il suo ennesimo post dedicato all'aggressione avvenuta a Milano rappresenta una narrazione che, partendo da un grave fatto di sangue, scivola rapidamente verso l'istigazione all'odio religioso e la discriminazione identitaria.
Il cuore del ragionamento di Adinolfi risiede nella svalutazione assoluta della salute mentale come fattore di analisi criminologica. Definendo la ricerca di risposte in ambito psichiatrico una "favola rassicurante", l’autore opera una semplificazione brutale in cui la complessità del comportamento umano viene annullata in favore di un’unica spiegazione possibile: l’appartenenza religiosa del reo.
Questa operazione non mira a comprendere l'evento, ma a costruire un nemico collettivo attraverso una retorica polarizzante che trasini i poveri di spirito nell'abisso dell'intolleranza.

Uno dei passaggi più critici del post riguarda il concetto di cittadinanza. Affermando che un individuo non sarà mai italiano a prescindere dal luogo di nascita, Adinolfi sposta il baricentro del dibattito pubblico dall’osservanza delle leggi al possesso di una specifica identità culturale o religiosa. Tale approccio solleva inquietanti interrogativi sul piano democratico, suggerendo che lo status giuridico di cittadino possa essere revocabile sulla base di pregiudizi ideologici e alimentando, di riflesso, un clima di sospetto generalizzato verso l'intera comunità musulmana, dipinta come una minaccia intrinseca.
Il paradosso finale del post è il rovesciamento della realtà, in cui chi non condivide la sua crociata contro la cosiddetta "islamizzazione" viene accusato di avere un problema psichiatrico. Questa tecnica retorica serve a patologizzare il dissenso democratico, etichettando chiunque promuova un'integrazione rispettosa della Costituzione come un soggetto incapace di vedere la realtà.
Probabilmente non esiste atto più vile che sfruttare il dolore di una vittima per promuovere una visione divisiva della società. Invece di richiedere risposte efficaci in termini di sicurezza pubblica e prevenzione, si preferisce agitare lo spettro di un nemico interno, alimentando una tensione sociale che, nel lungo periodo, danneggia profondamente la coesione democratica del Paese.