La Turchia chiude i porti alla crociera lgbt: «Contro i nostri valori morali»


Il turismo internazionale si scontra con l'agenda ideologica del governo turco. La nave da crociera Scarlet Lady, ammiraglia adults-only della flotta Virgin Voyages (fondata dal miliardario britannico Richard Branson), si è vista sbarrare le porte d'accesso ai porti della Turchia. L'attracco, inizialmente previsto per il 7 luglio nello scalo di Kuşadasi e successivamente a Istanbul, è stato ufficialmente vietato dalle autorità locali.
La decisione è arrivata direttamente dall'ufficio del governatore della provincia occidentale di Aydin, una figura di nomina presidenziale che risponde direttamente all'amministrazione di Recep Tayyip Erdoğan.
Attraverso una nota ufficiale condivisa sui canali social, le autorità turche non hanno usato giri di parole per giustificare il respingimento. L'ingresso della nave è stato definito «assolutamente fuori discussione» in quanto l'imbarcazione risulta noleggiata da organizzazioni: «...note per comportamenti incompatibili con il tessuto della nostra società e con i nostri valori morali».

L'evento a bordo era stato organizzato dal tour operator statunitense Atlantis Events, specializzato in viaggi e resort per la comunità LGBTQIA+. Secondo quanto trapelato, la stretta burocratica è arrivata dopo giorni di forti pressioni e campagne di boicottaggio nate sui social media da parte dei movimenti più conservatori del Paese.
Per evitare danni d'immagine al comparto turistico generale — una delle voci più importanti dell'economia turca, l'ufficio del governatore ha tenuto a precisare che la misura restrittiva riguarda esclusivamente la Scarlet Lady e la sua specifica programmazione. Il resto del traffico crocieristico internazionale continuerà a svolgersi regolarmente e senza alcuna modifica.
La Scarlet Lady aggirerà le coste turche modificando la rotta per fare scalo al Cairo (Egitto) e sull'isola di Creta (Grecia).

Il caso ha riacceso i riflettori sul clima di crescente ostilità e restrizione dei diritti civili in Turchia, dove le manifestazioni e i simboli della comunità LGBTQIA+ sono da anni oggetto di divieti ufficiali e retorica polarizzante da parte della leadership politica.
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