Priorità leghiste. Salvini invoca un "divieto di lingue straniere durante la campagna elettorale".

Le priorità di Salvini sono sempre molto curiose. Oggi sostiene che il problema che toglierebbe il sonno ai leghisti è che qualcuno possa rivolgersi ad un elettorato che loro odiano. E quindi serve una legge che vieti agli altri di poter parlare la lingua che vogliono.
Ovviamente il divieto varrà solo per chi parla arabo, non per quei leghisti che volevano la secessione e che parlano in dialetto a chi non conosce l'italiano. Più che una misura a tutela della lingua nazionale, la proposta somiglia all'ennesimo tassello di una narrazione costruita ad hoc per alimentare divisioni e polarizzare il dibattito pubblico su simboli facili anziché sui problemi reali del Paese.

In una democrazia matura, la campagna elettorale dovrebbe tendere alla massima inclusione e alla capacità di raggiungere ogni fascia di cittadinanza residente o avente diritto, inclusi i nuovi cittadini che potrebbero avere difficoltà con la lingua italiana.
Inoltre, pare difficile non notare il paradosso storico di una forza politica che, nata e cresciuta sbandierando l'orgoglio dei dialetti territoriali e delle parlate locali, oggi pretenda di imbrigliare l'uso delle lingue in nome di un sovranismo linguistico selettivo.