Quando la propaganda sostituisce la competenza pediatrica


Jacopo Coghe non è un pediatra. In passato è stato titolare di un'agenzia grafica ed oggi si fa pagare come portavoce di un'organizzazione integralista: due attività che non parrebbero giustificare la sua pretesa di ordinare ai pediatri di negare la verità scientifica per compiacere i suoi desideri omofobi. Arriva persino a chiedere le dimissioni del presidente Sip perché allineatoalle evidenze scientifiche e non alla propaganda integralista.



Dal punto di vista della comunicazione politica, quel post è un caso da manuale di manipolazione del framing. La strategia adottata non cerca il dialogo, ma utilizza il meccanismo delle domande retoriche per imporre una falsa dicotomia tra "scienza" e "ideologia". Inquadrando il lavoro clinico della Società Italiana di Pediatria come un'agenda politica, l'autore sposta il fulcro del dibattito dal benessere del minore —che dovrebbe essere l'unico orizzonte della pediatria— verso una polarizzazione conflittuale. Questo metodo, tipico della propaganda che mira a delegittimare le istituzioni scientifiche, trasforma la richiesta di competenze tecniche in una disputa moralistica, dove la "difesa della famiglia" diventa lo strumento retorico per giustificare l'esclusione di chiunque non si conformi a una specifica visione dogmatica.

Pare davvero paradossale che un individuo senza alcuna formazione sanitaria pretenda di dettare l'agenda alla Società Italiana di Pediatria, cercando di sostituire il parere di esperti con il consenso di una massa disinformata.
L'attacco all'"approccio affermativo" ignora deliberatamente che la comunità scientifica internazionale, inclusa quella pediatrica, basa le proprie linee guida sull'interesse superiore del minore, non su pregiudizi ideologici o sulla volontà di singoli gruppi di pressione. Inoltre, definire "spazzatura ideologica" una guida che mira semplicemente a rendere gli ambulatori spazi accoglienti — riducendo lo stigma per bambini e famiglie — rivela il vero obiettivo di Coghe: non la tutela dei bambini, ma l'imposizione di una visione del mondo che emargina le realtà familiari e identitarie che non corrispondono alla sua dogmatica.

L'ipocrisia del confine: dai "miei figli" al controllo sui figli degli altri
​In passato, Jacopo Coghe ha respinto le critiche al suo operato definendole "falsità", trincerandosi dietro lo slogan: "Io voglio restare libero di insegnare ai miei figli – non ai tuoi, ai miei!". Con questa affermazione, Coghe cercava di spostare il dibattito su un piano puramente privato, sostenendo che la sua attività non mirasse a influenzare la vita o l'educazione altrui, ma solo a preservare il proprio modello familiare.



Oggi, tuttavia, quel proclama appare come una maschera caduta: Coghe non si limita più alla sfera privata, ma pretende di dettare legge ai pediatri, cercando di limitare o censurare le linee guida offerte alle famiglie altrui. La pretesa di non insegnare agli altri è svanita di fronte all'opportunità di esercitare una pressione pubblica su istituzioni sanitarie nazionali, trasformando quella che veniva presentata come difesa dell'autonomia educativa in un'ingerenza diretta nella sfera clinica. Chiedere di proibire un approccio medico basato sull'evidenza dimostra che, per Coghe, il confine tra i suoi figli e quelli altrui viene abbattuto ogni volta che serve a imporre la propria agenda ideologica, confermando che la sua non è una battaglia per la libertà di scelta, ma una strategia per limitare la libertà di tutti.
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