Salvini ha fatto anche cose buone: il surreale elogio di Feltri al leader leghista

"Salvini ha fatto anche cose buone". È così che si potrebbe riassumere l'elogio dedicato da Vittorio Feltri sul quotidiano di Tommaso Cerno a a Matteo Salvini, in cui l’incongruenza tra realtà e retorica diventa plastica. Mentre il Paese registra il mancato taglio delle accise e i ritardi atavici nelle infrastrutture, il direttore editoriale sceglie di ignorare l’operato amministrativo per concentrarsi su una sorta di agiografia del leader. La tesi di fondo è che a Salvini vadano riconosciuti "meriti innegabili", a prescindere dai risultati di governo.

Il fulcro della difesa di Feltri è il cambio di passo della Lega: "Salvini ha preso in mano un partito che, per storia e identità, era profondamente radicato e confinato nel Nord e lo ha trasformato in una forza politica nazionale".
Qui risiede il primo cortocircuito logico. Feltri presenta come un successo "titanico" quello che, per gran parte dello zoccolo duro del Carroccio, è apparso come uno snaturamento ideologico. L’ex secessionista padano che ora cerca voti laddove un tempo scagliava invettive non viene analizzato nel suo trasformismo, ma celebrato come un genio della politica. La critica, in questo caso, è evidente: il "merito" di aver trasformato un movimento territoriale in un contenitore nazionale è diventato, col tempo, il motivo della sua attuale crisi identitaria.
Il personalismo come scudo
Feltri non si confronta con il merito delle scelte politiche — come l'uscita dal governo giallo-verde o la partecipazione al governo Draghi, definite timidamente "errori" ma subito derubricate — preferendo puntare tutto sulla "tenacia" del leader.
È singolare come, nel descrivere le tensioni interne al partito e la rottura con il generale Vannacci, il direttore ricorra a una chiave di lettura strettamente sentimentale: "Questo fatto è stato vissuto da Matteo come un vero e proprio tradimento personale". Trasformare un dissidio politico interno in una questione di "tradimento personale" è una manovra diversiva classica: sposta l’attenzione dal fallimento della linea politica al dramma emotivo del capo.
Il paradosso dell’insostituibilità
L'articolo di Feltri si chiude con un avvertimento: "Ma sostituire una persona non significa automaticamente sostituire ciò che quella persona ha rappresentato". Eppure, la risposta alla domanda su un possibile erede come Luca Zaia è emblematica. Feltri liquida il governatore veneto con un'argomentazione circolare: "Zaia ne sarebbe capace? Non lo so. [...] Perché non lo ha fatto. Salvini invece sì".
È il trionfo della semplificazione mussoliniana: il leader è tale perché è lui, e la storia del partito si identifica esclusivamente con il suo uomo al comando. Non contano i risultati, non conta la coerenza, non conta nemmeno il consenso elettorale in calo. Per Feltri, la politica è una questione di resistenza del leader, una sorta di "resistenza a prescindere" che trasforma l'inconsistenza dell'azione di governo in un valore politico in sé.
Il problema della tesi di Feltri non è solo l'eccesso di ottimismo verso Salvini, ma la negazione totale della funzione della politica: il servizio al cittadino. Se il merito di un segretario si misura solo dalla sua capacità di restare in sella nonostante i fallimenti, allora la politica diventa, come sostiene Feltri, un gioco di specchi dove la memoria "dura meno di un titolo di giornale". E forse, la vera sfida che Salvini — e chi lo difende — non ha saputo affrontare, è proprio quella di convincere i cittadini che, oltre al "merito innegabile" del leader, ci sia ancora qualcosa di concreto da toccare con mano.