Tra retorica e radicalizzazione: la nuova strategia di Mario Adinolfi

Dopo aver battuto il terreno dell'omofobia come leva per la visibilità e il consenso, Mario Adinolfi sembra aver individuato un nuovo filone narrativo su cui investire: il razzismo e la demonizzazione delle comunità islamiche.
In una recente ospitata al programma di Francesco Borgonovo, l'integralista ha invocato una sua "legge speciale" volta a monitorare e gestire il presunto "pericolo" rappresentato dall'Islam nelle città italiane.
E neppure ha avuto particolare fantasia nell'elaborare proposte, dato che ha rilanciato i cavalli di battaglia di Salvinie Vannacci. Peccato che la sua proposta di revoca della cittadinanza per reati commessi da soggetti di origine straniera, evocando logiche di "indegnità", sollevino dubbi di costituzionalità. Non va meglio con l'idea di esternalizzare la detenzione dei condannati, sostenendo che lui potrà imporre ad altri Stati di farsi carico delle pene, rivelando una visione politica che ignora la complessità del diritto internazionale e la sovranità degli altri paesi.
Il nucleo dell'argomentazione di Adinolfi appare costruito per alimentare paure irrazionali, cavalcando un sentimento anti-islamico finalizzato alla ricerca di proseliti tra l'elettorato più radicalizzato.

Ciò che emerge è una palese incoerenza: mentre si invoca una linea durissima verso le minoranze musulmane –accusate di essere una minaccia esistenziale– il discorso non affronta le garanzie democratiche che dovrebbero valere universalmente. La retorica utilizzata appare, più che una proposta politica strutturata, un esercizio di marketing dell'odio, volto a intercettare il malcontento sociale tramite la ricerca di capri espiatori, trasformando il pregiudizio religioso in un pilastro della propria azione pubblica.