Colpire il termometro non cura la febbre


Il leghista Claudio Borghi difende la censura di Report, ossia della trasmissione che ha scoperto i 49 milioni di euro sottratti agli italiani dal suo partito.
Ovviamente cerca di ribaltare la realtà, lanciando le solite illazioni contro le opposizioni:



La tesi secondo cui il moltiplicarsi delle inchieste rappresenti di per sé un'anomalia da combattere ribalta la prospettiva democratica. Il vero nodo gordiano non risiede nella quantità di indagini aperte o di servizi giornalistici realizzati, bensì nella veridicità dei fatti che emergono.
Se un partito o una forza politica si trova al centro di molteplici focus investigativi, l'interrogativo da porsi non dovrebbe riguardare l'esistenza dei riflettori, ma la natura del materiale fornito o delle condotte analizzate. In un sistema sano, la quantità di inchieste è semplicemente il sintomo di una realtà complessa o di criticità oggettive, non il male da estirpare. Pretendere di "chiudere" chi indaga equivale a invertire i fattori: colpire il termometro per non vedere la febbre.

Ridurre lo spazio dell'approfondimento e delegittimare il lavoro di chi scava dietro la superficie istituzionale significa indebolire gli anticorpi di una democrazia. Il giornalismo d'inchiesta e il lavoro della magistratura assolvono a una funzione di controllo civico insostituibile. I cittadini hanno il diritto di conoscere i retroscena, la gestione delle risorse e i comportamenti di chi detiene il potere politico o economico. Inoltre la bontà di un'inchiesta si misura sulle prove, sui documenti e sulla solidità delle fonti, non sulla convenienza politica di chi la subisce.
Chi governa o rappresenta le istituzioni dovrebbe accogliere il controllo con spirito di servizio, anziché invocare la chiusura dei canali d'informazione o di indagine.
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