Da macchiette a protagonisti: com'è cambiata la rappresentazione queer in TV

Facciamo un breve salto indietro nel tempo fino agli anni Novanta e primi Duemila. Guardando la televisione dell'epoca, la presenza di personaggi LGBTQ+ era fortemente limitata e quasi sempre imbrigliata in stereotipi rigidi. Il personaggio gay serviva prevalentemente da spalla comica o "elemento di colore" — si pensi al ruolo di Jack McFarland (Sean Hayes) in Will & Grace o a Stanford Blatch (Willie Garson) in Sex and the City —, confinato al ruolo dell'amico stravagante ed esperto di moda. Quando la narrazione non cercava la risata, virava sul dramma cupo o sulla punizione narrativa: per anni l'omosessualità sul piccolo schermo è stata associata quasi esclusivamente al trauma, al rifiuto familiare o alla tragedia medica della crisi dell'HIV, un fenomeno che la critica televisiva ha poi battezzato con il tropo del "Bury Your Gays" (se un personaggio è queer, rischia di finire male).
Con il passaggio al nuovo millennio e l'avvento della televisione via cavo e delle piattaforme streaming, il panorama ha iniziato a incrinarsi e ad ampliare i propri confini. Un primo punto di svolta storico si era già avuto nel 1997 con il celebre episodio "The Puppy Episode" della sitcom Ellen, in cui Ellen DeGeneres fece coming out sia come personaggio che come attrice reale davanti a 42 milioni di spettatori. Negli anni successivi, serie come Queer as Folk (sia nella versione britannica di Russell T Davies che nel remake statunitense) e The L Word hanno aperto la strada a narrazioni interamente centrate sulla quotidianità, sui desideri e sulle contraddizioni della comunità queer, senza dover chiedere il "permesso" a un pubblico generalista.
Gli ultimi dieci anni hanno visto una vera e propria esplosione quantitativa e qualitativa, confermata anche dai dati di monitoraggio del settore. Secondo i report annuali di GLAAD (Where We Are on TV), la percentuale di personaggi regolari LGBTQ+ nelle serie di prima serata e sulle piattaforme streaming ha raggiunto vertici storici rispetto al miserabile 1-2% degli anni Duemila. Ma il cambiamento più profondo riguarda la varietà dei ruoli: si è passati dalla rappresentazione edulcorata di Modern Family (con la coppia Mitch e Cam, amatissima ma spesso desessualizzata rispetto ai colleghi etero) a opere rivoluzionarie come Pose di Ryan Murphy, che ha portato sul piccolo schermo il più grande cast di attrici trans e queer della storia della TV per raccontare la ballroom culture della New York degli anni '80.
Anche il racconto delle identità adolescenti e delle scoperte personali ha fatto un salto di qualità netto. Titoli come Euphoria, Heartstopper, Sex Education o Young Royals non raccontano più il coming out come un dramma insormontabile, ma integrano l'identità di genere e l'orientamento sessuale come elementi naturali della crescita, affrontando la fluidità senza bisogno di affibbiare etichette rigide.
Tuttavia, l'aumento dei numeri non significa che la battaglia per una rappresentazione equilibrata sia conclusa. Molto spesso ci si imbatte ancora nel cosiddetto queerbaiting (la tendenza degli sceneggiatori ad alludere a una relazione queer senza mai concretizzarla a schermo per attirare il pubblico LGBTQ+ senza scontentare quello conservatore) o nel tokenism, dove un personaggio marginale viene inserito al solo scopo di mostrare una facciata progressista. La vera inclusione non si misura sulla semplice presenza visiva nei titoli di coda, ma sulla dignità, sulla complessità psicologica e sulla libertà narrativa concesse ai personaggi.
La televisione non è mai soltanto un passatempo passivo: riflette e al tempo stesso plasma la percezione culturale della società. Guardando indietro agli ultimi trent'anni, i passi avanti compiuti dal racconto televisivo sono innegabili, ma la strada per una narrazione del tutto spontanea, che superi la necessità di fare "categoria" per diventare semplicemente buona scrittura, richiede ancora sguardo critico e pretesa di qualità.