Il victim blinder di Mario Adinolfi: tra presunte persecuzioni e marketing social

Mario Adinolfi si trova attualmente agli arresti domiciliari con accuse gravissime: truffa aggravata, esercizio abusivo dell'attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione/evasione fiscale. Nonostante un quadro giudiziario di questa portata, risulta surreale il suo continuo tentativo di riscrivere la realtà sui propri canali social, raccontando ai follower che la misura cautelare sia la conseguenza diretta delle sue "inchieste" sulla presunta "mafia islamista bangla".

Non meno assurdo è che si dichiari prigioniero politico, sostenendo che i suoi presunti diritti costituzionali verrebbero negati perché lo hanno lasciato nella sua comoda abitazione anziché in un carcere sopraffollato e non può andarsene in giro come vuole. Naturalmente afferma che lui avrebbe bisogno di andare a messa, in quella sua solita abitudine ad usare la religione come pretesto per ogni sua rivendicazione.
Non meno assurda è la sua autoproclamazione a "prigioniero politico". Adinolfi sostiene che i propri diritti costituzionali verrebbero calpestati semplicemente perché la giustizia lo ha destinato alla sua abitazione anziché a un istituto di pena, imponendogli le restrizioni previste dalla legge. Per rafforzare la narrazione persecutoria, fa perno sul tema religioso: si lamenta del diniego a uscire per andare a messa o a confessarsi nella parrocchia vicino casa, strumentalizzando la fede come pretesto per mettere in discussione i vincoli della misura cautelare.
In questo quadro di costante vittimizzazione, Adinolfi cerca poi di ergersi a giudice dell'operato della magistratura. Confrontando la propria vicenda con casi di cronaca giudiziaria che coinvolgono personaggi pubblici e trapper, stabilisce arbitrariamente che i reati finanziari a lui contestati siano "meno gravi" di altri. Su questa base accusa il sistema giudiziario di parzialità, arrivando ad affermare di non riconoscere più la giustizia italiana, ma solo quella divina.

L'aspetto più paradossale emerge tuttavia dalle sue stesse accuse: mentre addebita ad altri la volontà di trasformare i guai giudiziari in promozione personale e marketing, Adinolfi fa esattamente lo stesso. Non potendo muoversi di casa, sfrutta proprio la visibilità e l'attenzione mediatica generate dal suo arresto per fare promozione diretta sui social, invitando gli utenti ad abbonarsi al suo canale Substack e a scaricare le relative app per leggere i suoi contenuti. Una contraddizione lampante tra la narrazione del martire perseguitato e la realtà di una strategia di autopromozione digitale.
