Oltre lo slogan: cosa ci insegna davvero il voto islandese sull'Europa

La propaganda di Salvini ha spesso bisogno di fabbricare dei nemici. Se prima odiava i meridionali, oggi odia mussulmani e gay. Ma, soprattutto, odia l'Europa e il solo pensiero che qualcuno possa provarlo dal sogno di poter disporre di pieni poteri.
La tentazione di piegare la realtà geopolitica ed economica alle esigenze della sua propaganda social può produrre cortocircuiti istituzionali imbarazzanti. È quanto accaduto con il recente dibattito sul voto in Islanda, strumentalizzato ad arte per dipingere il responso delle urne come una bocciatura radicale del progetto europeo. Una narrazione che ignora deliberatamente – o per colpevole superficialità – i dati geografici, economici e giuridici di una consultazione che parla una lingua ben diversa.

I numeri della geografia e del mare
L’Islanda è un caso unico di profonda integrazione continentale senza adesione formale: lo Stato fa già parte dello Spazio economico europeo (SEE) e di Schengen, godendo dei benefici del mercato unico ma tenendo rigorosamente fuori dai trattati la Politica comune della pesca (CFP).
Per Reykjavík il settore ittico non è un dettaglio marginale, bensì il pilastro economico che genera circa il 40% delle esportazioni di beni ed è vitale per le comunità costiere. Non sorprende, dunque, la geografia del voto: il "sì" ha trionfato a Reykjavík (57,5% e 54,5% nei collegi della capitale), area urbana e terziaria, ed il "no" ha dilagato nelle zone costiere e rurali (62,9% nel Nord-Ovest, 61,2% nel Nord-Est, 60,5% nel Sud), strettamente dipendenti dalle risorse ittiche e spaventate dall'idea di dover cedere le quote e i contingenti di pesca a Bruxelles.
Due storie istituzionali incomparabili
Spacciare questo voto per una rivolta populista contro l’Unione Europea –come fatto dal profilo ufficiale della Lega– significa compiere un'operazione intellettualmente scorretta.
L’Islanda è una nazione insulare di circa 400 mila abitanti, storicamente autonoma, che valuta i costi e i benefici del trasferimento di specifiche competenze marittime. L’Italia, per contro, è un Paese fondatore dell’Unione, membro dell’Eurozona e protagonista delle politiche comuni da decenni. Confondere realtà istituzionali ed economiche così distanti non è sovranismo: è manifesta incompetenza sui dossier internazionali.
Il nodo della classe dirigente
Il cortocircuito si fa politico quando a veicolare questa lettura è il canale ufficiale di un partito guidato da un vicepresidente del Consiglio italiano. Un rappresentante di governo ha legittimamente facoltà di criticare le politiche di Bruxelles, ma trasformare una complessa vertenza sulla pesca nordica in uno slogan da campagna elettorale permanente squalifica l'autorevolezza del Paese.
Più che una lezione di democrazia d'oltralpe, la vicenda restituisce la fotografia di una classe dirigente sempre più lontana dalla complessità dei dossier internazionali. Ed evidenzia, con impietosa precisione, le ragioni di una progressiva marginalizzazione politica.
Anche l'immancabile Simone Pillon non ha perso occasione per esternare il suo disprezzo verso l'Europa dei diritti:

Al solito, il leghista tenta di sostenere che il popolo italiano dovrebbe necessariamente pensarla come il suo partito e che tutti vorrebbero più nazionalismo e meno comunione dei popoli. Perché in fondo si sa che l'ideologia populista vive di disprezzo e che per sua stessa definizione è capace solamente di distruggere.