Tra le stelle e i pregiudizi: l’ombra dell’omofobia nella storia della NASA

Per decenni, l'immagine dell'astronauta della NASA è stata scolpita in un ideale di perfezione: preparazione scientifica impeccabile, forma fisica atletica, sangue freddo e una disciplina ferrea. Tuttavia, dietro le iconiche tute spaziali e le eroiche missioni, si nasconde un capitolo meno celebrato della corsa allo spazio: quello dei pregiudizi e della discriminazione basata sull'orientamento sessuale: durante le epoche dei programmi Mercury, Gemini e Apollo, il processo di selezione degli astronauti non si limitava a test tecnici o fisici. Secondo la documentazione raccolta dalla fotografa Mackenzie Calle per il progetto The Gay Space Agency, i candidati venivano sottoposti a valutazioni psicologiche progettate per misurare la loro "eterosessualità".
Tra gli strumenti utilizzati spiccavano il test di Rorschach, ossia l'interpretazione delle macchie d'inchiostro atta a valutare la psiche dei candidati. Il riconoscimento di elementi legati all'anatomia femminile era talvolta interpretato come un indicatore di eterosessualità. Inoltre si utilizzava l’Edwards Personal Preference Schedule (EPPS), un test psicologico che classificava quindici criteri, tra cui figurava esplicitamente la voce "eterosessualità".
In quegli anni, la NASA reclutava principalmente dall'aviazione militare. L'astronauta doveva incarnare un modello di mascolinità disciplinata e affidabile, in un contesto istituzionale statunitense dove l'omosessualità era profondamente stigmatizzata.
La pressione per escludere le persone omosessuali non è svanita con i primi decenni del programma spaziale. Nel 1994, in piena era Space Shuttle, alla psichiatra e medico di volo Patricia A. Santy – autrice del libro Choosing the Right Stuff – fu chiesto di includere l'omosessualità tra le condizioni psichiatriche che avrebbero comportato l'esclusione di un candidato astronauta. Questa richiesta arrivò paradossalmente in un momento in cui l'omosessualità era già stata rimossa dalle classificazioni diagnostiche ufficiali come disturbo mentale, evidenziando quanto il pregiudizio rimanesse radicato nelle politiche di selezione.
Il caso di Sally Ride, la prima donna americana nello spazio (1983), rappresenta il simbolo di quest'epoca di invisibilità. Solo dopo la sua morte, nel 2012, è stata resa nota la sua relazione durata 27 anni con Tam O'Shaughnessy. Ride, pur essendo di fatto la prima astronauta LGBTQ+ ad aver raggiunto lo spazio, non ha mai potuto dichiararsi pubblicamente durante la sua carriera, temendo – secondo la sua compagna – di danneggiare l'agenzia in un mondo che "non era ancora pronto".
Secondo le ricerche del progetto The Gay Space Agency, al 2024, su 339 americani addestrati come astronauti dalla NASA, nessuno aveva volato nello spazio dichiarandosi pubblicamente LGBTQIA+ durante la missione.
Oggi, il volto della NASA è profondamente mutato. L’agenzia ha intrapreso un percorso di inclusione che passa attraverso il sostegno a gruppi interni come l’Out & Allied Employee Resource Group e la partecipazione attiva al Pride Month. Il gesto simbolico del 2022, con l'esposizione della Progress Pride Flag in tutti i centri NASA, segna una netta distanza dal passato, testimoniando un impegno crescente verso la diversità all'interno dell'agenzia spaziale più famosa del mondo.