Giornalisti comandati dai partiti? La pesante allusione di Rossano Sasso


Il clima all'interno della destra si surriscalda ben oltre i confini del dibattito politico tradizionale, trovando sui social network un terreno di scontro tanto aspro quanto rivelatore delle tensioni interne. Al centro della polemica c'è un botta e risposta al vetriolo tra Rossano Sasso e Francesco Giubilei, che offre diversi spunti di riflessione non solo sui toni della contesa politica, ma soprattutto su alcune derive comunicative e concettuali preoccupanti.



Il pretesto elettorale e il dato allarmante dell'affluenza
Tutto comincia con le valutazioni sul voto a Reggio Calabria. Da un lato Giubilei minimizza il risultato di Vannacci parlando di un "flop", dall'altro Sasso rivendica con orgoglio quel 11% ottenuto, definendolo solo l'inizio per la "vera destra". Tuttavia, al di là dell'euforia di parte, emerge un dato ben poco confortante che ridimensiona gli entusiasmi: un 11% ottenuto a fronte di un'affluenza crollata al 22%. Una partecipazione così anemica fotografa un profondo distacco dei cittadini dalle urne, un elemento che dovrebbe far riflettere tutte le forze politiche anziché prestarsi a trionfalismi di fazione.

L'uso surreale di Zelensky e lo scadere del dibattito
Il livello del confronto si inquina rapidamente, scivolando in derive grottesche. Nello scambio, Sasso tira in ballo a sorpresa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, inserendolo in un contesto di frizioni e stoccate personali. Chiamare in causa leader internazionali e scenari di guerra per derimere faide interne o ironizzare sugli avversari politici è un esercizio surreale e fuori luogo, che banalizza tragedie globali pur di colpire l'interlocutore.

La stoccata più grave: i giornalisti "costretti" dai partiti
Ma il passaggio politicamente più pesante e inquietante dell'intero botta e risposta arriva quando Sasso, rivolgendosi a Giubilei, allude ai "mentori" e alle alleanze future, ammonendolo sul fatto che potrebbe ritrovarsi "costretto a parlarne bene".
Questa affermazione è di una gravità inaudita: un esponente politico ammette candidamente che nel mondo dell'informazione (o almeno in una parte di esso, quella vicina alla destra) i giornalisti e gli opinionisti non siano liberi di esprimere opinioni autonome, ma vengano costretti dai partiti e dai correntismi a dire ciò che conviene alla linea politica del momento. Una confessione cinica che svela un retrogusto censorio e mercificato del giornalismo, ridotto a megafono telecomandato della classe dirigente.

Toni bassi e veleni incrociati
Lo scambio prosegue tra accuse reciproche di trasformismo — con Giubilei che parla di "voltagabbana che cambiano partito per convenienza" e Sasso che replica piccato tirando in ballo incarichi ministeriali, fondazioni e residenze fiscali — fino alla stoccata finale in cui Giubilei accusa Sasso di scrivere commenti che sembrano "le inchieste di Report".

Nel complesso, lo scontro tra Sasso e Giubilei non rappresenta soltanto una schermaglia tra ego politici feriti o correnti in cerca di egemonia, ma fotografa plasticamente un cortocircuito culturale: toni da bar, ironie fuori misura su temi geopolitici complessi e, soprattutto, una preoccupante normalizzazione dell'idea che la stampa e l'opinione pubblica siano subordinate ai diktat dei partiti.
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