Giustizialismo da bar e populismo giudiziario: quando il pulpito (e l'auto) diventano tribunali

Tra i populisti va di ormai moda registrare video all’interno di automobili, in un ormai tristemente format in cui lo sfogo emotivo sostituisce l’approfondimento e la verifica dei fatti. Il pastore evangelico Luigi Carollo non si è sottratto a quella prassi, intervenendo su un episodio di cronaca relativo all'arresto di un cittadino che sottolinea fosse bengalese.
Partendo da un reato gravissimo e odioso come la violenza su una minore, Carollo imbastisce tuttavia un discorso che scivola rapidamente nella demagogia più spinta, fondata su luoghi comuni giudiziari, stereotipi identitari e pericolose allusioni politiche.
Nel suo video, dichiara:
Un bengalese di 42 anni, violenta una ragazzina di 13 anni, la palpeggia, insomma, violenta la sua vita, la sua privacy, il suo essere ragazzina, femmina, donna.
Compare davanti al giudice, e il giudice, ascoltandolo, lo vede un ragazzo pentito dicendo: "Ah, sono incensurato, non l'ho fatto, non ho fatto mai robe del genere, sono dispiaciuto". Il dopo 48 ore dall'arresto, il giudice fa un decreto di scarcerazione solo con l'obbligo di firma.
Ora, boh! In questi casi estremi, dove viene palpeggiata, violenta una ragazzina di 13 anni, tu prendi questa persona, la sbatti in carcere e visto che è un extracomunitario che nel nostro paese deve dimostrare di saperci stare, si prende il primo aereo e si rimpatria!
Con l'aggravante che 40 minuti prima di violentare questa ragazzina, ne aveva violentato un'altra. Quindi, tanto pentito non è, e anche la Bibbia lo dice, noi vogliamo vedere frutti degni di ravvedimento, ma qui c'è poco! Questa gente va in carcere, eh, chiaro, tondo!
Probabilmente il giudice era di sinistra! E quindi non c'è più legge, non c'è più democrazia, non c'è più diritto, non c'è più protezione, non c'è più sicurezza, siamo davvero preoccupati.
Allora, se poi un padre si arrabbia e si fa autogiustizia, eh, si deve anche capire, io non sto istigando alla violenza, ma purtroppo non c'è più legge, specialmente con un pubblico e con delle persone strettamente, diciamo, provenienti da diversi paesi in qual modo criminali. Ecco, diciamolo così, diciamo le cose come stanno.
Premetto che non non sto guidando, sto guidando un mio figlio, quindi posso fare il video tranquillamente. Vedi dove siamo arrivati?
Il primo, macroscopico errore logico e giuridico risiede nell'attacco frontale all'operato della magistratura. Con una semplificazione che ignora del tutto i principi costituzionali del giusto processo e della presunzione di innocenza, Carollo trancia un giudizio sommario: la scarcerazione con l'obbligo di firma dopo 48 ore viene bollata come un'anomalia inspiegabile, liquidata sbrigativamente con la teoria secondo cui "probabilmente il giudice era di sinistra".
Questo passaggio è emblematico della deriva populista: ogni decisione giudiziaria sgradita o non conforme al furore giustizialista della piazza (o del web) viene immediatamente politicizzata. Si insinua l'idea che la toga risponda a un'ideologia politica e non alla legge e alle prove raccolte in fase preliminare, minando alla base la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche e nello Stato di diritto.
Il discorso di Carollo sfrutta un dramma inaccettabile per alimentare la retorica dell'"invasione" e del cittadino straniero come nemico ontologico. La richiesta automatica è il carcere duro preventivo slegato da ogni garanzia costituzionale, seguito da un immediato rimpatrio extra-giudiziale («si prende il primo aereo e si rimpatria»). Un cortocircuito in cui lo Stato di diritto viene invocato solo quando fa comodo, per poi essere calpestato invocando espulsioni sommarie.
Ed o interessante la sua teoria per cui chi è extracomunitario dovrebbe "dimostrare di saperci stare" nel nostro Paese, mentre l'Italiano può fare ciò che vuole, Anzi, se è di destra magari può persino chiedere alla sua Giorgia Meloni di fare in modo che la magistratura non possa leggere le sue chat con un mafioso.
Ancora più grave, e sottilmente ambigua, è la gestione del concetto di "autogiustizia". Carollo esordisce con la classica formula di copertura del "io non sto istigando alla violenza", ma subito dopo giustifica preventivamente la reazione di un ipotetico padre esasperato: "Se poi un padre si arrabbia e si fa autogiustizia, eh, si deve anche capire". È la tecnica retorica del "lancio del sasso e nascondimento della mano": si legittima moralmente la giustizia fai-da-te, dipingendola come l'inevitabile conseguenza di uno Stato ritenuto assente o colluso, gettando benzina sul fuoco del risentimento sociale.
Non passa inosservato, infine, l'uso strumentale di citazioni bibliche ("vogliamo vedere frutti degni di ravvedimento") applicate a una disamina giudiziaria sommaria e intrisa di pregiudizi. Quando la guida spirituale di una comunità sceglie di utilizzare i canali social per diffondere messaggi intrisi di qualunquismo politico, populismo penale e giustificazioni surrettizie alla violenza privata, il confine tra la predicazione e la propaganda di bassa lega si dissolve pericolosamente.
Di fronte a episodi di tale gravità, la risposta della società civile e delle comunità di fede dovrebbe essere la richiesta di una giustizia ferma, rigorosa e basata sulle prove all'interno del quadro costituzionale. Fare spettacolo del dolore e del crimine per cavalcare facili istinti securitari non aiuta le vittime né la sicurezza collettiva: serve soltanto ad alimentare la polarizzazione e il disprezzo per le regole della democrazia.