Il disco rotto della giustizia sommaria: l'eterno ritorno della castrazione chimica di Salvini

Ogni volta che la cronaca offre in pasto all’opinione pubblica casi di presunta violenza sessuale, nel dibattito politico italiano si attiva un riflesso condizionato quasi automatico. Il copione è noto, prevedibile e tristemente replicato: la strumentalizzazione emotiva del dolore collettivo viene convertita dal leader della Lega, Matteo Salvini, nell'ennesimo rilancio del suo cavallo di battaglia securitario più anacronistico: la castrazione chimica.

Negli anni, la proposta della castrazione farmacologica volontaria o coatta per stupratori e pedofili è diventata il classico evergreen della comunicazione salviniana. Rilanciata ciclicamente a cadenza quasi regolare, questa misura viene spacciata come la soluzione definitiva e muscolare.
Eppure, a fronte delle innumerevoli volte in cui è stata annunciata, sbandierata e promessa ai propri elettori come imminente, la misura si è regolarmente infranta contro la realtà costituzionale, giuridica e scientifica del Paese.
Ridurre la complessità della violenza di genere e dei reati sessuali a una questione di trattamenti ormonali significa compiere una pericolosa mistificazione. Da un punto di vista giuridico ed etico, l'introduzione di pratiche di castrazione chimica solleva enormi dubbi di legittimità costituzionale rispetto al principio dell'inviolabilità del corpo e al divieto di trattamenti inumani e degradanti. Dal punto di vista criminologico e medico, gli esperti ricordano costantemente che la violenza sessuale non è un mero impulso biologico isolato, ma un fenomeno radicato in dinamiche di potere, controllo e devianza culturale che richiedono prevenzione, certezza della pena attraverso processi equi, educazione e un potenziamento radicale dei centri antiviolenza e del supporto psicologico.
Usare il dolore delle vittime e l'indignazione popolare per strappare un consenso digitale —misurato in visualizzazioni, condivisioni e commenti di pancia— dimostra come la Lega preferisca da sempre la scorciatoia della propaganda alla serietà dell'elaborazione legislativa e sociale.
La castrazione chimica, sbandierata per l'ennesima volta come uno slogan a presa rapida, rimane ciò che è sempre stata: un fuoco d'artificio retorico utile a occupare i telegiornali e i social network, buono a soffiare sul fuoco della giustizia sommaria ma totalmente incapace di arginare strutturalmente il fenomeno della violenza. Un disco rotto che suona sempre uguale, mentre il Paese avrebbe bisogno di risposte serie, strutturali e lontane anni luce dalla demagogia da tweet.
D'altronde l'odio verso gli stranieri parrebbe l'unico tema politico proposto dai leghisti, ossia ex secessionisti che ora rievocano il Piave:

Non va meglio con Fratelli d'Italia, garanfista verso i presidenti statunitensi che frequentavano pedofili ma giustizialista verso persone estranee ai fatti. Infatti non è chiaro cosa dovrebbe c'entrare il proprietario del negozio...

Il loro elettorato preferisce proporre omicidi e incita attacchi violenti. In fondo la destra populista cerca in ogni modo di aizzare i propri elettori alla rabbia, anche se non è detto che un giorno non riusciranno più a contenerla.