Il Vangelo secondo Vannacci

L'ultima uscita pubblica di Roberto Vannacci al Forum di Cernobbio pare snaturare il cristianesimo stesso: «Il Vangelo dice: aiuta il tuo prossimo. Ma il mio prossimo sono la mia famiglia, vicini e gli italiani. Questi sono il mio prossimo».
Il suo tentativo di circoscrivete il concetto evangelico di "prossimo" alla cerchia ristretta dei propri cari e dei connazionali non rappresenta un semplice scivolone esegetico. Al contrario, si inserisce all'interno di un copione politico ben preciso, già rodato a livello internazionale da figure come l'americano JD Vance: la strumentalizzazione cinica del fatto religioso per legittimare ideologie di chiusura, identitarie ed escludenti.
La tecnica del "taglia e cuci" biblico
Ridurre il messaggio universale del Vangelo a una sorta di nazionalismo domestico richiede un'operazione di maquillage culturale e teologico. Come giustamente sottolinea don Vincenzo Vitale, commentando l'uscita di Vannacci dalle pagine di Famiglia Cristiana, la retorica dell'estrema destra adotta una tecnica di manipolazione strutturata in tre passaggi:
- Il restringimento semantico: Si isola una massima estrapolandola dal contesto storico e letterario, piegandola ai bisogni della propaganda sovranista.
- La negazione dell'universalismo: Si ignorano deliberatamente capisaldi cristiani radicali come la parabola del Buon Samaritano o l'invito ad amare i propri nemici, che abbattono ogni barriera etnica o nazionale.
- La sovrapposizione tra fede e nazione: Si trasforma la comunità di fede in una "tribù" armata di confini, dove l'amore per il prossimo diventa un privilegio riservato esclusivamente a chi appartiene al proprio gruppo di sangue o di passaporto.
Dal pulpito alla propaganda sovranista
Questo modo di operare rivela un paradosso profondo. I movimenti populisti e di estrema destra fanno spesso leva sui "valori tradizionali" e sulle radici cristiane dell'Occidente, ma nel farlo svuotano il cristianesimo della sua anima più rivoluzionaria. Il Vangelo, per sua natura, nasce per scardinare i particolarismi tribali e aprire lo sguardo all'Altro, indipendentemente dalla sua provenienza.
Usare la Bibbia come clava identitaria significa tradirne la lettera e lo spirito. Non siamo di fronte a una diversa opinione teologica, ma a un uso strumentale della fede: la religione viene ridotta a un orpello folkloristico, a un marchio di fabbrica da esibire per marcare differenze e costruire steccati securitari.
Difendere il sacro dalla politica dell'odio
Il tentativo di asservire il messaggio cristiano alle agende dell'estrema destra non riguarda solo i credenti, ma interroga chiunque abbia a cuore la tenuta democratica e la coesione sociale. Quando la politica riduce l'alterità a minaccia e piega persino i testi sacri alla logica dell'esclusione, il linguaggio pubblico si abbrutisce, aprendo la strada a divisioni sempre più profonde. Ristabilire la verità dei testi e denunciare queste manipolazioni ideologiche non è soltanto un esercizio di esegesi biblica, ma un argine civile indispensabile contro la deriva dell'intolleranza.