La maschera del patriottismo di facciata: quando il tricolore diventa uno strumento di propaganda


Il post pubblicato dal Ministro dell'Interno Matteo Piantedosi offre il destro a una riflessione profonda e amara sulla strumentalizzazione politica dei simboli nazionali. Nel tweet, il Ministro enfatizza con enfasi muscolare l'avvenuta identificazione e il conseguente trasferimento in un CPR — finalizzato al rimpatrio — di un "cittadino straniero" reo di aver strappato e calpestato la bandiera tricolore a Firenze.



Il cortocircuito della memoria: da insulti e secessioni a improbabili difensori della patria
Ciò che rende questa narrazione istituzionale surreale e profondamente ipocrita è la totale rimozione del passato politico di chi oggi sbandiera il Tricolore come vessillo sacro.
Non si può dimenticare la storia politica della Lega, segnata dalle condanne per vilipendio alla bandiera e dai famigerati slogan anti-italiani lanciati da Umberto Bossi, o dalle frequenti manifestazioni di aperta avversione al tricolore che hanno caratterizzato decenni di propaganda secessionista e antimeridionale di Matteo Salvini. Vederli oggi vestire i panni dei custodi della democrazia e dei valori costituzionali legati a quel simbolo genera un cortocircuito logico e morale inaccettabile: il tricolore viene rispolverato non per sincero rispetto civico, ma unicamente quando serve ad alimentare la retorica dell'odio e a fare propaganda identitaria.

L'etnia come etichetta: la deriva inaccettabile del Viminale
Oltre alla contraddizione politica, il post del Ministro Piantedosi evidenzia un profilo di gravità istituzionale inequivocabile: l'insistenza nel marcare preliminarmente l'appartenenza etnica o lo status giuridico dell'individuo ("cittadino straniero", "irregolare sul territorio").
È inaccettabile che un Ministro della Repubblica utilizzi i canali ufficiali del Viminale per identificare i soggetti attraverso una marcata enfasi sull'origine straniera, trasformando la cronaca giudiziaria in un megafono per alimentare una retorica razzista e xenofoba. Un reato è un reato e va perseguito nelle sedi opportune a prescindere dal passaporto, ma sottolineare con tale livore l'etnia serve un unico scopo: dipingere lo straniero in quanto tale come una minaccia costante, legittimando così misure d'eccezione, compressioni dei diritti e una propaganda basata sulla divisione razziale.



Se le regole valgono per tutti, perché Piantedosi non ha fatto identificare ed espellere i militanti del suo partito che hanno villipendiato il tricolore ai funerali di Bossi?
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