Porro vuole convincere i poveri che i ricchi devono essere più ricchi

Nel linguaggio economico e politico, gli extraprofitti (o profitti straordinari) indicano quei guadagni eccezionali e anomali realizzati da un'azienda o da un intero settore industriale non grazie a un miglioramento della propria efficienza, a innovazioni tecnologiche o a un aumento della competitività, ma in forza di circostanze esterne e imprevedibili di natura congiunturale o geopolitica.
Classici esempi si registrano durante crisi energetiche, shock pandemici o fiammate inflazionistiche. In tali contesti, i colossi dell'energia (petrolifere e del gas) o gli istituti di credito (avvantaggiati dall'improvviso e rapido rialzo dei tassi di interesse deciso dalle banche centrali) vedono impennare i propri margini economici. A parità di costi e di servizi offerti, queste aziende accumulano utili sproporzionati, generati direttamente da una situazione di emergenza che, al contempo, impoverisce famiglie e imprese costrette a pagare bollette o rate dei mutui molto più salate.
A difenderli è Nicola Porro:

Negli interventi di Nicola Porro – e in generale nel filone del giornalismo liberista e conservatore – il dibattito sugli extraprofitti viene sistematicamente liquidato come una sorta di "follia bolscevica" o di vessazione statalista. La tesi di fondo, riproposta con toni accorati, sostiene che tassare i profitti straordinari significhi punire il merito, violare il sacro principio della certezza del diritto e mandare un segnale devastante agli investitori internazionali.
Dietro questa narrazione, tuttavia, si cela un cortocircuito logico ed etico che finisce per ribaltare la realtà a favore dei ceti più abbienti:
- La mistificazione del libero mercato: Si difendono i mega-utili di banche ed aziende energetiche ammantandoli con la retorica del "rischio d'impresa" e del libero mercato. Ma quando i profitti non derivano dalla capacità di competere, bensì da rendite di posizione nate da emergenze globali (come la crisi energetica o il caro-mutui), parlare di libero mercato è una forzatura ideologica. Si tratta piuttosto di una tassa occulta pagata dai consumatori finali.
- Il dogma intoccabile della proprietà: Ogni tentativo di redistribuire la ricchezza accumulata in contesti di crisi viene etichettato come "sovietico" o punitivo. Si sposa così acriticamente una visione secondo cui il capitale privato, per quanto gonfiato da contingenze straordinarie, è intangibile, mentre il potere d'acquisto dei lavoratori e delle famiglie può tranquillamente subire erosioni strutturali.
- La falsa promessa del "beneficio per tutti": Sostenere che tassare i ricchi danneggi sempre e comunque i poveri (perché bloccherebbe gli investimenti o farebbe fuggire i capitali) significa perpetuare la teoria economica del trickle-down (la gocciolamento verso il basso), ampiamente smentita dai fatti storici. Questa logica convince i meno abbienti che proteggere i super-profitti delle grandi corporazioni sia nell'interesse generale, quando in realtà consolida una piramide sociale in cui i divari economici continuano ad allargarsi inesorabilmente.
In definitiva, la posizione di chi avversa con tanta veemenza il prelievo sugli extraprofitti difende un modello in cui i rischi economici vengono sistematicamente socializzati (scaricati sulla collettività nei momenti di crisi), mentre i profitti straordinari vengono gelosamente privatizzati e protetti da qualsiasi forma di solidarietà fiscale.