Provocazioni a favore di telecamera: la deriva dei nuovi intolleranti


L'influencer Simone Carabella sostiene di essere un vero italiano perché disprezza i nostri principi costituzionali e manifesta un'indole violenta tipica del populista medio. Ovviamente odia i mussulmani come Silvia Sardone, motivo per cui ha cercato di disturbare un momento di preghiera armato di un panino con la mortadella e sbraitando l’Inno d’Italia come se fosse uno slogan da stadio.
L'indecente siparietto è andato in scena a Mestre, dove ha cercato di offendere le circa duecento persone, in gran parte appartenenti alla comunità bengalese, che si erano riunite per la tradizionale preghiera del venerdì.
Carabella ha fatto irruzione disturbando la funzione, calpestando i tappeti da preghiera e scagliando cori e provocazioni xenofobe a favore di telecamera, prima che la situazione degenerasse, arrivando persino all'uso di spray urticante contro i Carabinieri intervenuti per ristabilire l'ordine.

Il cortocircuito della politica populista: quando l'indecenza fa consenso
Quello a cui assistiamo non è un episodio isolato, ma il sintomo evidente di una deriva culturale e politica alimentata da anni di retorica populista. Esponenti politici di varia estrazione e agitatori sociali da social network hanno sdoganato un linguaggio basato sulla paura, sul "noi contro loro" e sulla sistematica delegittimazione dell'altro.
Quando la politica sceglie di inseguire il consenso facile urlando contro il diverso, apre inevitabilmente la strada a personaggi in cerca di visibilità che trasformano la xenofobia in un modello di business. Non importa la gravità del gesto o il caos generato (che in questo caso ha richiesto l'intervento di forze dell'ordine e militari): l'importante è produrre visualizzazioni, polarizzare l'opinione pubblica e alimentare una guerra tra poveri.

Il rispetto tradito e la doppia morale
Osservando queste scene, salta agli occhi un paradosso stridente che smaschera l'ipocrisia di certe crociate identitarie. Se nessun fedele musulmano è mai entrato in una chiesa cattolica urlando o bestemmiando per interrompere una messa o dissacrare un rito sacro, assistiamo periodicamente a provocatori da tastiera e sodali di certi politicanti che si sentono autorizzati a violare ogni regola di civile convivenza, calpestando spazi altrui, insultando comunità intere e deridendo momenti di raccoglimento spirituale. È la triste fotografia di un doppiopesismo morale: si pretende rispetto per la propria identità riducendola però a clava politica, calpestando al contempo i valori di laicità, rispetto e umanità che dovrebbero fondare una società democratica.

Ritrovare il senso della misura
L'episodio di Mestre, così come le precedenti pagliacciate messe in scena a Roma da Villa Gordiani a Torre Argentina, dimostra che tollerare o giustificare queste derive in nome della "libertà di espressione" è un errore pericoloso. La libertà finisce dove iniziano la molestia, l'intolleranza organizzata e la violenza verbale e fisica.
Fino a quando la politica continuerà a strizzare l'occhio a chi lucra sull'odio sociale, l'Italia continuerà a rischiare di assistere a una progressiva imbarbarimento del dibattito pubblico, dove a rimettere le penne sono sempre la coesione civile e il lavoro delle forze dell'ordine.


Eppure la violenza e la totale mancanza di rispetto eccitano sempre il populista medio, come prontamente dimostrato dalla solita signora Lara:



Non stupisce che il razzismo ecciti i razzisti, ma preoccupa che qualcuno detesti l'Italia al punto da sognare che a rappresentarla possa essere chi ne disprezza i valori e i principi. Ed è oktre il ridicolo il loro firsi convinti che l'Inno di Mameli andrebbe opposto al principio costituzionale della libertà di culto.
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