Quando il Veneto sceglie la civiltà e Pillon grida allo scandalo


La notizia dell’approvazione di una legge sul fine vita in Veneto – la prima regione di centrodestra a compiere questo passo di civiltà – ha fatto saltare gli ultimi residui di cortesia istituzionale tra le file del conservatorismo più intransigente. A scagliarsi contro l'iniziativa non è un osservatore esterno, ma l'esponente leghista Simone Pillon, che affida a un post al curaro la sua indignazione mistica.



Nel mirino c'è il voto dei consiglieri regionali: ben 12 membri della Lega hanno votato a favore insieme al centrosinistra, lasciando Pillon e una manciata di isolati a leccarsi le ferite ideologiche. Per l'ex senatore siamo di fronte a una "porcheria ideologica" e a un tradimento dei valori fondanti del Carroccio, evocando persino altari, frati e il Santissimo Corpo di Nostro Signore.

La "Legge Naturale": il dogma travestito da scienza morale
Dietro lo sdegno di Pillon si cela l'architrave di una crociata ben più ampia: l'uso strumentale e dogmatico del concetto di "legge naturale". Questa formula viene utilizzata per imporre una visione del mondo monolitica e anacronistica, in cui la sovranità sul proprio corpo e sulla propria esistenza viene espropriata all'individuo per essere consegnata a un volere divino interpretato in modo inflessibile dai moralisti di turno.

In questa prospettiva ideologica:

  • L'autodeterminazione viene criminalizzata: ogni scelta personale in materia di fine vita o diritti riproduttivi è bollata come un "abominio" o una violazione di dogmi indiscutibili.

  • Il dolore dei malati terminali diventa un obbligo morale: si pretende che la sofferenza estrema sia vissuta secondo agende dettate dall'esterno, negando la dignità della compassione e il diritto a un trapasso sereno.

  • La politica si trasforma in teocrazia militante: si rimpiangono i tempi dei rosari sventolati nelle piazze e delle consacrazioni mistiche, pretendendo che le istituzioni laiche legiferino seguendo il catechismo anziché la Costituzione e i diritti umani.

Un partito spaccato tra realtà e fondamentalismo

Il vero cortocircuito evidenziato dal post di Pillon non riguarda solo la sua visione distorta della libertà, ma la profonda crisi di un'area politica che fa i conti con la modernità. Da un lato ci sono amministratori pragmatici che – come in Veneto – scelgono di rispondere ai bisogni reali dei cittadini e delle famiglie di fronte alla malattia e alla sofferenza. Dall'altro c'è chi, arroccato su posizioni dogmatiche, pretende di dettare l'ortodossia minacciando scissioni e chiedendo chiarimenti al segretario federale.

La reazione scomposta di fronte a una legge che semplicemente riconosce il diritto alla dignità umana dimostra quanto certe retoriche siano lontane dal Paese reale. E mentre i portatori della "legge naturale" continuano a tuonare contro i mulini a vento della libertà altrui, il Veneto ha scelto di voltare pagina, lasciando i nostalgici del Medioevo a predicare nel deserto dei loro stessi rancori.

Ma, soprattutto, non sarà che Pillon sta cercando un pretesto per aderire all'ultra destra di Vannacci?
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