Spettacolo e pregiudizio: quando la cronaca nera diventa propaganda identitaria

Il post pubblicato sui social da Tommaso Cerno rappresenta l'ennesimo, desolante esempio di come il racconto giornalistico possa scivolare nel sensazionalismo più gretto, trasformando una tragedia umana in uno strumento di polarizzazione sociale.

Nel tweet in questione, troviamo una formula comunicativa studiata non per informare con il rigore dovuto, ma per colpire la pancia del lettore, solleticando una morbosità voyeuristica che riduce una violenza inaudita a un dettaglio grottesco e decontestualizzato.
Gettare in pasto all'opinione pubblica frammenti di dichiarazioni o particolari scabrosi di un'indagine su un reato così grave non aggiunge nulla alla comprensione dei fatti. Al contrario, sposta il fuoco dell'attenzione dal dramma della vittima — una giovanissima di soli tredici anni — alla spettacolarizzazione voyeuristica dell'orrore. È una narrazione che banalizza la gravità del crimine, trattandolo come un contenuto da social media pensato unicamente per generare indignazione immediata, interazioni e click, calpestando qualsiasi elementare rispetto per la deontologia e la sensibilità comune.
Ciò che rende questo tipo di comunicazione profondamente inaccettabile, tuttavia, non è solo il cattivo gusto o la ricerca spasmodica dello scandalo, ma la sua evidente deriva ideologica.
Evidenziare in modo così marcato la nazionalità dell'indagato («il bengalese») non risponde a un'esigenza di cronaca, bensì a una precisa strategia retorica. L'obiettivo implicito — ma trasparente — è quello di legare il crimine individuale all'appartenenza etnica e nazionale, trasformando il singolo responsabile nel simbolo di un'intera comunità. È il meccanismo classico della propaganda xenofoba: si isola la nazionalità quando fa comodo per alimentare la retorica dell'invasione e del pericolo straniero, generalizzando e dipingendo gli immigrati come una minaccia costante per la sicurezza sociale.