Tommaso Cerno e la teoria del complotto permanente


Tommaso Cerno parrebbe ringraziare Giorgia Meloni, che con i nostri soldi ha pagato la fuga a uno stupratore di minorenni. Parrebbe sostenere che sia preferibile saperlo libero di violentare altre bambine piuttosto che in un carcere italiano, perché lui teme avrebbe potuto convertire i mafiosi e i delinquenti italiani all'Islam.

Superando sé stesso, il direttore de Il Giornale ha tentato di trasformare le vergogne del Governo Meloni in un vanto, cercando di screditare Sigfrido Ranucci e ripetendo quel loro mantra per cui qualunque giudice non emetta sentenze a loro gradite sarebbe una "toga rossa":



Nel suo video, Cerno afferma:

Eccoci a Report, scusate, al Giornale. Questo è Sigfrido Ranucci, storico conduttore di Report, finito nella bufera dopo l'inchiesta sulla sua bomba che ha messo un suo amico... insomma state seguendo. Questo è Almasri, quello che è stato rimpatriato, se Dio vuole, in Libia da dove proviene, invece che farlo girare per l'Italia o metterlo nelle nostre carceri a guidare l'islamismo dall'interno. Allora, che c'entrano queste due fotografie? Voi direte, sarà una puntata di Report dove il conduttore di Report si è occupato di questo caso. Potrebbe essere, no?

Noi siamo qui perché poche ore fa c'è stata la prima udienza per decidere se lui deve condurre Report, come ha chiesto con un ricorso, o come dice la Rai, il conduttore deve cambiare perché lui è in mezzo a fatti e dubbi che rendono non certa la trasparenza della trasmissione. Allora, la trasparenza della trasmissione non è niente in confronto alla trasparenza dei magistrati, perché il giudice a cui è stato assegnato l'udienza per decidere sul futuro di Report è lo stesso a cui era stata affidata la decisione su Almasri, che aveva indagato mezzo governo perché riteneva che avessero compiuto un reato a rimandare questo delinquente da dove era venuto. Ma questo giudice non è stato estratto a sorte, è arrivato pochi giorni prima del ricorso. Si chiama Donatella Casari e non era sua l'udienza, doveva farla un altro giudice, però l'ha avocata a sé e pochi giorni dopo essersi insediata, è diventata colei che dopo aver deciso di Almasri deciderà di Ranucci. Cioè, la domanda è: se è peggio che Ranucci conduca Report o che questo giudice conduca il processo? Perché siamo esattamente in quell'acquitrino dove la politica dentro la magistratura sostituisce la trasparenza del giudizio, per cui questo signore attacca non il suo amico che gli ha messo la bomba, ma coloro che scrivono di questa inchiesta, prima di tutto il nostro giornale che è stato preso di mira, quando questa inchiesta è condotta dalla Procura di Roma, non da un ente politico. Qui la politica, le toghe politiche, tornano al momento del bisogno, per cui l'ennesima coincidenza di questo paese è che, guarda caso, a decidere sul futuro di Ranucci sarà il giudice che decideva sul futuro del governo con il caso Almasri. È una concomitanza di giorni degna di un giallo di Agatha Christie, ma qui di giallo c'è poco, io vedo tanto rosso.


Il corto circuito della polemica politica: quando il complottismo giudiziario calpesta il giornalismo e le istituzioni
La contrapposizione tra politica e informazione, e tra politica e magistratura, tocca spesso vette surreali in cui il livore polemico finisce per seppellire qualsiasi rispetto per i fatti. È quanto emerge chiaramente dal suo video, in cui si tenta di orchestrare un bizzarro "giallo" istituzionale attorno alle vicende professionali del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, e a presunte coincidenze all'interno del tribunale di Roma.

Il filo logico (o meglio, illogico) del discorso si dipana attraverso un miscuglio di populismo giudiziario e insinuazioni prive di fondamento fattuale. Si parte attaccando la figura di Ranucci con accuse e accostamenti tendenziosi, per poi spostare il bersaglio sul sistema giudiziario attraverso una retorica tanto aggressiva quanto capziosa. Il fulcro della polemica poggia sull'assegnazione di un fascicolo a un magistrato, la giudice Donatella Casari, dipingendo la normale applicazione delle tabelle organizzative e della gestione degli uffici giudiziari come una sorta di macchinazione degna di un romanzo di spionaggio.

Il tentativo di associare per via puramente suggestiva e temporale una decisione giurisdizionale su un caso politico-internazionale (il rimpatrio di Almasri) a un ricorso lavorativo interno alla Rai è un esercizio di mistificazione. Si insinua il sospetto che l'assegnazione dei giudici non rispetti le regole di trasparenza, dipingendo la magistratura non come un ordine autonomo e indipendente, ma come un campo minato di "toghe politiche" manovrate all'occorrenza. Una narrazione tossica che delegittima sistematicamente le istituzioni ogni qualvolta le decisioni di queste ultime non collimano con l'agenda politica di parte.

L'ironia finale del commentatore – che dichiara di non vedere giallo ma "tanto rosso" – svela la vera natura dell'operazione: non un'analisi critica o un contributo al dibattito pubblico, ma un attacco politico preventivo e scomposto. Si capovolgono le parti, trasformando i giornalisti d'inchiesta in presunti colpevoli e le procure della Repubblica in entità sospette, pur di alimentare una narrazione vittimistica e di delegittimazione permanente.

In un Paese che avrebbe bisogno di rigore, rispetto per i ruoli e sobrietà istituzionale, la spettacolarizzazione polemica e la teoria del complotto permanente non fanno che inquinare il pozzo della democrazia, riducendo il confronto pubblico a una gogna mediatica priva di argomenti giuridici seri.
Commenti