Turchia, oltre 160 arresti in un'operazione contro la comunità LGBTQ+

Nel corso dello scorso fine settimana, la polizia turca ha arrestato più di 160 persone in seguito a una serie di perquisizioni mirate in locali e sedi di associazioni LGBTQ+ distribuite in 15 delle 81 province del paese, tra cui Istanbul, Ankara, Izmir, Aydin e Mersin.
L'operazione, fortemente voluta dal governo e battezzata con lo slogan “La mia famiglia è al sicuro”, è stata giustificata dalle autorità con accuse formali legate alla prostituzione e all'oscenità. Oltre ai provvedimenti restrittivi personali, l'azione giudiziaria e di polizia ha colpito direttamente anche 9 associazioni e 13 aziende ritenute vicine alla comunità.
Il contesto politico e la retorica governativa
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, al potere da oltre vent'anni con derive sempre più autoritarie, intensifica da tempo la pressione e la repressione contro le persone LGBTQ+. Il ministro della Giustizia ha chiarito che lo scopo di questi interventi è impedire che le attività LGBTQ+ vengano percepite come normali, oltre a voler proteggere i bambini, l'istituzione familiare e la morale condivisa.
Le retate rientrano nel più ampio programma governativo denominato “Decennio della famiglia e della popolazione”, nato ufficialmente per contrastare il calo delle nascite e l'invecchiamento demografico. Sebbene nel paese i rapporti omosessuali non siano formalmente illegali, l'omofobia è un fenomeno sistemico e alimentato ai massimi livelli istituzionali: Erdogan etichetta regolarmente le persone LGBTQ+ come "pervertiti" e le individua pubblicamente come responsabili della decrescita demografica. Di conseguenza, il Pride è vietato dal 2015 a Istanbul e in molte altre città, e ogni tentativo di manifestazione viene represso con arresti immediati.
Le denunce delle associazioni per i diritti umani
Le organizzazioni locali a difesa dei diritti umani hanno duramente condannato l'iniziativa, accusando l'esecutivo di strumentuallizare le politiche demografiche e la retorica sulla famiglia tradizionale come pretesto per una persecuzione sistematica della minoranza.
A conferma della portata della stretta, l'associazione turca per i diritti LGBTQ+ Kaos GL ha denunciato che nel corso del fine settimana le autorità hanno provveduto a bloccare l'accesso a decine di siti web e profili social appartenenti ad attivisti e organizzazioni affiliate.