Vannacci si gioca la carta della polarizzazione religiosa

Dopo anni in cui Salvini baciava rosari a favore di telecamera, oggi tocca a Roberto Vannacci ricorrere alla religione per alimentare la propria narrazione politica.

L'immagine appare come un esempio lampante di come la fede possa essere usata come strumento di polarizzazione e di costruzione del nemico. Una strategia che, pur con le dovute differenze storiche, ricorda da vicino le tecniche propagandistiche del Terzo Reich e del fascismo italiano, dove la retorica del «noi contro loro» serviva a unificare il consenso attorno a un nemico comune, reale o inventato che fosse.
Per chi fattura sul disprezzo verso l’altro, la religione diventa un’arma comoda: sacralizza la violenza, legittima l’esclusione e offre una cornice morale a politiche che, altrimenti, sarebbero difficili da sostenere sul piano razionale o etico. Non si tratta solo di un uso strumentale della fede, ma di una vera e propria sacralizzazione della politica, dove i simboli religiosi vengono svuotati del loro significato spirituale per essere riempiti di contenuti ideologici. In questo modo, ciò che dovrebbe essere un invito alla riflessione o alla misericordia diventa invece un’arma per dividere, per spaventare e, soprattutto, per distogliere l’attenzione da questioni concrete come le vere emergenze sociali o le disuguaglianze che affliggono il paese.
La storia insegna che quando la religione viene usata come strumento di propaganda, il rischio è sempre quello di alimentare intolleranza e conflitto. Eppure, ogni volta che assistiamo a gesti o discorsi di questo tipo, sembra che la lezione non venga mai imparata. Forse perché, in fondo, funziona: la paura e l’odio sono emozioni potenti, e chi sa sfruttarle può contare su un pubblico pronto ad ascoltare, anche quando le parole pronunciate sono vuote o pericolose.