Il giornalismo dell’agguato: quando la cronaca diventa gogna mediatica

Nel panorama mediatico contemporaneo, la linea di confine tra il diritto di cronaca e la spettacolarizzazione aggressiva appare sempre più labile. È quanto emerge chiaramente da un recente tweet pubblicato da Tommaso Cerno, direttore de Il Giornale, in cui si esalta un servizio definito "esclusivo": la "caccia" a Youssef Siher, intercettato a Brescia e filmato mentre si allontana per sottrarsi a telecamere e microfoni.

La spettacolarizzazione della fuga
Il post recita trionfante: «ESCLUSIVO | Siher beccato dal Giornale a Brescia si dà alla fuga ed entra in un negozio». Un linguaggio che mutua i codici del reportage investigativo d'assalto, ma che nei fatti solleva interrogativi profondi sulla deontologia professionale. Invece di un’informazione sobria, che spieghi i fatti e rispetti il lavoro della giustizia, assistiamo a una vera e propria messinscena dell’inseguimento. L'individuo di turno viene braccato per strada, trasformato in un bersaglio umano da offrire in pasto al pubblico dei social network, dove l'indignazione è spesso alimentata a fini politici.
Diritto di cronaca o gogna?
Il punto critico riguarda l'uso strumentale della notizia. Quando il giornalismo si riduce a pedinamenti e appostamenti mirati a filmare la reazione di fuga di una persona – magari già al centro di polemiche o procedimenti giudiziari –, si supera la soglia della cronaca per entrare nel terreno del giornalismo-verità a senso unico, dove il giudizio morale e mediatico anticipa (e sostituisce) quello delle Aule di tribunale.
In questo contesto, l'operazione mediatica appare funzionale a una narrazione ben precisa: alimentare la tensione sociale, dipingere il "nemico" di turno come un fuggitivo colpevole a prescindere e giustificare, attraverso il clamore mediatico, un clima di costante eccezione e intolleranza.
Oltre il sensazionalismo
Un'informazione autorevole dovrebbe distinguersi per rigore, equilibrio e rispetto della dignità delle persone, anche di quelle al centro delle inchieste più discusse. Ridurre il dibattito pubblico a una caccia all'uomo immortalata in un tweet non fa che impoverire il giornalismo italiano, sacrificando la qualità dell'analisi sull'altare dei click, delle visualizzazioni e della polarizzazione politica.