La teologia da stadio del pastore Carollo


Un cross dalla sinistra, un colpo di testa contro difensori più alti di quindici centimetri e la palla che si insacca al minuto 85 per il gol del 3-3. Un momento di gloria sportiva che, nel messaggio social diffuso dal pastore Luigi Carollo, viene elevato a qualcosa di molto più grande: un vero e proprio "miracolo" divino maturato dopo minuti di preghiera in panchina.



​Nel suo post, dedicato al giovane calciatore Endrick, Carollo traccia una metafora sulla pazienza, sulla fede e sulla capacità di farsi trovare pronti quando la vita chiama. Il calciatore, seduto in panchina durante una sfida tra Roma e Real Madrid, avrebbe passato il tempo ad aspettare il proprio momento parlando con Dio. Poi l'ingresso in campo ed ecco la svolta, dipinta come l'intervento provvidenziale di un'entità divina che ascolta le preghiere dei calciatori ed entra in gioco per influenzare l'esito di una partita di calcio.

​La scorciatoia del "Dio tifoso"
​È proprio questa narrazione a sollevare un interrogativo etico e teologico profondo. Rappresentare Dio come un regista invisibile occupato a truccare i destini di una partita di pallone, o a sussurrare consigli agli atleti seduti in panchina, rischia di banalizzare drammaticamente la figura del divino.
​Se la Provvidenza si occupa di far pareggiare una partita al minuto 85 o di far sovrastare i difensori avversari, la domanda sorge spontanea e amara: dov'è finita la stessa attenzione di fronte alle tragedie e ai massacri del mondo reale? Mentre ci si entusiasma per un "miracolo" su un rettangolo verde, contesti di guerra sanguinosi e devastanti — come il dramma dei tantissimi bambini vittime dei conflitti in Medio Oriente — sembrano finire nell'ombra di una teologia da stadio.

​Il cortocircuito della fede motivazionale
​L'approccio del "mental coach spirituale" condensa la fede in una pillola motivazionale da social network, infarcita di hashtag come #MentalitàVincente e #MaiMollare. Un messaggio accattivante, certo, ma che riduce il rapporto con il sacro a una logica di causa-effetto materiale: preghi in panchina e Dio ti fa segnare.
​Questa visione attribuisce alla divinità un ruolo quasi arbitrario e parziale. Da un lato abbiamo un intervento provvidenziale per modificare l'esito di un match sportivo; dall'altro, un silenzio assordante di fronte al dolore degli innocenti e alle ingiustizie dei grandi della terra. Una contraddizione stridente che trasforma una semplice parabola sportiva in una riflessione discutibile su quali siano, davvero, le priorità dell'umano e del divino.
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