Pillon, la retorica dell'odio e la pericolosa scorciatoia della generalizzazione

Uno dei tratti più ricorrenti della retorica populista consiste nell'equiparare deliberatamente un'intera fede religiosa o un intero gruppo confessionale alle azioni di frange fondamentaliste o terroristiche. Questo cortocircuito logico non è casuale: risponde alla precisa esigenza di costruire un nemico collettivo, disumanizzando l'avversario e azzerando le differenze interne a qualsiasi comunità di credenti. Sovrapporre il credo religioso alla violenza politica significa alimentare un clima di intolleranza che non ha nulla a che fare con l'analisi della realtà, ma serve unicamente a soffiare sul fuoco della contraffazione identitaria.
Un altro elemento risiede nell'uso strumentale delle vittime. Da un lato si assiste a una cinica selezione del dolore altrui, esibito o rimosso a seconda della convenienza narrativa; dall'altro si giustificano o si minimizzano le responsabilità sistemiche e le violenze di Stato, avallando di fatto dinamiche di distruzione di massa. La retorica che giustifica o glissa sulle tragedie umanitarie pur di sostenere acriticamente una fazione politica o militare evidenzia una profonda crisi etica prima ancora che politica.
A fornirci un esempio di tale condotta è il solito Simone Pillon:

Di fronte a queste derive, la risposta culturale e democratica non può che fondarsi sul rifiuto della generalizzazione e sulla difesa intransigente dei diritti umani universali, che valgono senza distinzioni geografiche o religiose. Ridurre il dramma mediorientale o il pluralismo culturale a tifoserie da stadio significa tradire la ricerca della verità e la prospettiva stessa della pace.